Immagine di apertura realizzata con Intelligenza artificiale.
Le aziende italiane sono sempre più guidate da anziani. I vecchi imprenditori fanno fatica a mollare il comando, soprattutto se si tratta di attività artigianali o di piccole e medie imprese. A volte non hanno alternative, non hanno giovani leve a cui lasciare la guida dell’azienda che hanno fondato tanti anni prima e a cui sono particolarmente legati, ma in molti casi gli è proprio difficile farsi da parte.
I numeri lo dicono chiaramente. Secondo l’Osservatorio sulle PMI realizzato nei mesi scorsi da Perpethua, sul territorio nazionale il 36% degli imprenditori ha superato i 60 anni, e il 20% ha oltre 65 anni; inoltre, l’età media degli imprenditori è 56,4 anni e in molte regioni la percentuale di titolari over 60 supera il 40%. Numeri impressionanti che trovano ulteriore conferma (anzi, aggravano la situazione) nei numeri dell’indagine “Imprese senza ricambio” presentata nei giorni scorsi dalla CNA, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato: sono quasi 315mila i titolari di imprese individuali italiane che hanno almeno 70 anni. Non solo: secondo la CNA, mentre cresce l’età degli imprenditori, si restringe rapidamente la platea dei giovani che potrebbero raccoglierne il testimone. La tendenza demografica si riflette direttamente sulla tenuta del sistema imprenditoriale nazionale. In assenza di un piano di successione chiaro, infatti, molte aziende rischiano la paralisi al momento del ritiro dell’imprenditore. Una situazione che non solo mette a rischio la sopravvivenza delle singole imprese, ma impatta su occupazione, indotto e competitività del Made in Italy. Basti pensare che in Italia solo il 13% delle aziende arriva alla terza generazione.
Analizziamo nel dettaglio le due ricerche.
L’Osservatorio sulle PMI
Il dossier realizzato da Perpethua, società specializzata in passaggi generazionali e M&A per le PMI, in collaborazione con Yuno AI, ha analizzato un campione piuttosto ampio: oltre 67.000 imprese italiane con fatturato tra i 2 e i 25 milioni di euro. Ecco perché i risultati sopra riportati (36% degli imprenditori che ha superato i 60 anni e il 20% che ne ha oltre 65) sono particolarmente allarmanti. Per quanto riguarda le regioni del Nordovest, la situazione più critica si registra in Liguria (simile a quella dell’Emilia Romagna) dove la percentuale di over 60 raggiunge o supera il 40% e quella degli over 75 supera il 10%, con punte di over 80 che sfiorano il 5%, contro una media nazionale che arrivano al 3% per gli ultraottantenni e al 7% per gli over 75. Discorso che vale anche per Lombardia e Piemonte. Gli imprenditori lombardi che superano i 60 anni sono il 40%, 4 punti percentuali in più della media nazionale, il 25% oltre i 65 anni, il 15% oltre i 70 anni e l’8 e il 4% rispettivamente oltre i 75 e gli 80 anni: valori che superano tutti la media italiana. Numeri simili si registrano per gli imprenditori piemontesi: il 40% supera i 60 anni, il 25% i 65 anni, il 14% va oltre i 70, mentre sono il 7% quelli over 75 anni e il 3% gli over 80.
La tendenza delle regioni meridionali risulta, invece, sotto la media nazionale. Spicca in particolare il caso della Campania, con percentuali di over 60 al 26%, di over 65 al 15% e di over 75 al 4%. Anche Sicilia, Calabria e Puglia fanno registrare dati inferiori a quello cumulativo nazionale in tutte le fasce d’età.
Il dossier della CNA
La fotografia scattata dal dossier CNA “Imprese senza ricambio” mette a fuoco in maniera precisa la vecchiaia della nostra classe imprenditoriale nel mondo artigianale, oltre che evidenziare i rischi del mancato passaggio generazionale.
Veniamo ai numeri: a giugno 2025 i titolari di imprese individuali con almeno 70 anni erano 314.824, pari al 10,7% del totale. Dieci anni prima erano 290.328 e rappresentavano l’8,9%. «Gli imprenditori anziani – sottolineano i ricercatori della CNA – sono quindi aumentati di quasi 25mila unità nonostante, nello stesso periodo, il numero complessivo dei titolari individuali sia diminuito».
La dinamica diventa ancora più significativa se osservata insieme all’evoluzione demografica e imprenditoriale dei giovani. Tra il 2015 e il 2026 la popolazione italiana tra 20 e 39 anni si è ridotta di circa 1,4 milioni di persone, quasi il 10%. E tra il 2014 e il 2024 le imprese giovanili sono diminuite di oltre 153mila unità, il 24%.
I dati CNA danno anche un quadro della composizione settoriale del problema. Il fenomeno dell’invecchiamento è particolarmente evidente in agricoltura, dove oltre 160mila titolari hanno almeno 70 anni, pari al 28,3% del totale. Nel commercio sono quasi 59mila, nella costruzione oltre 19mila, nel manifatturiero più di 18mila, nelle altre attività di servizi circa 14mila e nell’alloggio e ristorazione oltre 12.600.
Il passaggio generazionale è una sfida anche per i territori
Considerando l’incidenza degli ultrasettantenni sulla platea dei titolari, tra i grandi comparti emergono, oltre all’agricoltura, il manifatturiero con il 9,6%, il trasporto e magazzinaggio con l’8,4%, il commercio con il 7,8% e l’alloggio e ristorazione con il 6,6%. Numeri che assumono un rilievo particolare nei settori nei quali competenze tecniche, conoscenza del mestiere, relazioni con la clientela e patrimonio professionale sono difficilmente sostituibili in tempi brevi.
A livello territoriale, le nostre regioni evidenziano una situazione migliore rispetto al resto del Paese. La Lombardia evidenzia un’incidenza degli ultrasettantenni intervistati pari al 7,1%, la metà rispetto a regioni come la Basilicata (15%) o l’Abruzzo (14%) e la più bassa in Italia, con province che arrivano addirittura al 5,6%, come Monza e Brianza, o Bergamo che tocca il 6%. Bene anche Valle d’Aosta, Liguria e Piemonte che nella classifica italiana vengono subito dopo con percentuali pari, rispettivamente, all’8,2%, all’8,3% e all’8,4%. Tra le province con i valori più bassi di imprenditori ultrasettantenni segnaliamo anche Novara (6,1%) e Torino (6,5%).
L’arretramento dell’imprenditoria giovanile
Se poi si analizza l’altra faccia del fenomeno, il quadro diventa ancora più delicato perché evidenzia un arretramento dell’imprenditoria giovanile. «Tra il 2014 e il 2024 – dicono in CNA – le imprese guidate da giovani sono diminuite soprattutto nelle costruzioni, con quasi 40mila attività in meno (-38,7%), nel commercio, dove la riduzione supera 66mila imprese (-36,2%), e nell’industria, che perde oltre 14mila imprese giovanili (-35,9%). Nel turismo la flessione è di oltre 11mila unità, pari al 18,3%».
Non tutti i comparti mostrano, però, la stessa tendenza. Nei servizi alle imprese le attività giovanili sono cresciute del 3,5%, mentre agricoltura e pesca risultano sostanzialmente stabili. Una differenza che segnala anche un cambiamento nella direzione scelta dai nuovi imprenditori e pone il problema della continuità di alcuni settori tradizionali del sistema produttivo italiano.
Il rischio maggiore si determina, dunque, proprio dove le due dinamiche si sovrappongono: aumentano gli imprenditori prossimi all’uscita mentre diminuiscono i giovani disponibili a subentrare. È il caso, in particolare, di comparti come manifattura, costruzioni e commercio, fondamentali per la diffusione territoriale delle piccole imprese e dell’artigianato.
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