Inchiesta sui data center

L’inchiesta sui data center nel Nordovest, tra business e contestazioni

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, il volume dei dati si è moltiplicato in modo esponenziale determinando la necessità di creare ecosistemi dove archiviarle e, soprattutto, renderle accessibili e condivisibili con aziende, partner, clienti e utenti di tutto il mondo. Il che è possibile all’interno dei data center che sono diventati sempre più fondamentali e necessari per garantire l’attività aziendale.

L’inchiesta sui data center nel Nordovest, tra business e contestazioni

Tutti ne parlano: per molti sono un’opportunità e un business e una condizione “sine qua non” per la nostra crescita economica e tecnologica, per altri un grande rischio. Non per nulla quasi nessuno li vuole come “vicini di casa”. Stiamo parlando dei data center, quegli enormi depositi che ospitano complesse infrastrutture tecnologiche composte da apparecchiature IT, server, sistemi di archiviazione e apparati di rete come router e switch, attivi 24 ore su 24, che supportano le attività digitali delle imprese ma che richiedono grandi quantità di energia. E non solo. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, il volume dei dati si è moltiplicato in modo esponenziale determinando la necessità di creare ecosistemi dove archiviarle e, soprattutto, renderle accessibili e condivisibili con aziende, partner, clienti e utenti di tutto il mondo. Il che è possibile all’interno dei data center che sono diventati sempre più fondamentali e necessari per garantire l’attività aziendale.
La loro richiesta è in crescita esponenziale, in particolare in Lombardia e nelle altre regioni del Nordovest; ma di giorno in giorno aumenta anche la protesta dei cittadini preoccupati di averli a pochi metri dal loro giardino. Perché, è evidente, lo sviluppo dei data center avrà importanti ricadute sul territorio, sull’ambiente e sulle infrastrutture energetiche.

Quanti sono e quanti stanno per nascere

L’Italia, con oltre 200 infrastrutture attive al giugno 2026, è uno degli hub emergenti dell’area mediterranea. La Lombardia concentra oltre il 70% della capacità iperscalare attiva, favorita anche dalla vicinanza alle risorse idroelettriche svizzere e da procedure autorizzative relativamente più veloci. Ma è tutto il Nord Italia a rappresentare il principale hub nazionale per le server farm di grandi dimensioni: nel 2025, infatti, ci sono stati numerosi operatori internazionali che hanno acquisito terreni nelle aree di Lodi e Melegnano per nuovi investimenti sui data center.
Secondo quanto sostiene un documento di TEHA Group stilato in collaborazione con A2A , la Data Economy italiana ha raggiunto nel 2024 un valore di 60,6 miliardi di euro, pari al 2,8% del Pil nazionale: un valore che potrebbe crescere fino a 207 miliardi di euro entro il 2030 andando a colmare il divario con altre realtà europee avanzate nel processo di digitalizzazione fino a garantire un contributo annuo al Pil che va dal 6%, in uno scenario moderato, fino al 15% in una prospettiva di massima espansione.

Altri dati li fornisce l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, secondo il quale, nel triennio 2023-2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro per la costruzione, l’approntamento e il riempimento di apparecchiature IT dei nuovi data center. E nel triennio 2026-2028 sono già 83 i nuovi progetti infrastrutturali annunciati da 30 aziende, di cui 19 nuovi entranti, per un valore potenziale complessivo di 25,4 miliardi di euro. Il baricentro italiano resta Milano, che concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT, e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. Milano raccoglie anche il 23% degli investimenti annunciati a livello europeo, confermandosi come un punto di riferimento per il Sud Europa, riducendo il gap con i mercati più maturi.

Che Milano, la Lombardia e il Piemonte siano diventati un punto di riferimento europeo degli investimenti in data center lo dimostra l’iniziativa dei grandi cloud provider globali: si pensi al progetto “ Italy North Cloud Region” di Microsoft che ha stanziato 4,3 miliardi di euro per nuove strutture concentrate nell’area metropolitana di Milano; o alle Google Cloud region attivate a Milano e Torino che hanno reso l’Italia uno dei pochi Paesi europei dotati di una doppia infrastruttura hyperscale; oppure ancora all’iniziativa di Amazon che punta a rilevare i siti delle centrali elettriche dell’Enel, come quello di Trino Vercellese.

Un’opportunità ma anche un rischio: e le proteste non mancano

Secondo l’Italian Datacenter Association (IDA), nel 2024 il settore ha generato in Italia oltre 28.000 posti di lavoro, di cui circa 8.000 occupati a tempo pieno in funzioni strategiche. Entro il 2030, secondo il già citato documento stilato da TEHA Group in collaborazione con A2A, il settore potrà generare tra 77.000 e 150.000 posti di lavoro.

A fronte, però, di questi dati positivi, crescono di giorno in giorno le proteste e le manifestazioni dei cittadini che rischiano di trovarsi un data center fuori di casa. Le ragioni del dissenso riguardano in particolare il consumo di suolo (normalmente agricolo, ma i Comuni per fare introiti lo prevedono anche a ridosso dei centri abitati), viste le grandi dimensioni che di solito hanno, l’enorme consumo d’acqua (e di elettricità) per il raffreddamento dei server e il rumore che si genera. Motivazioni non del tutto infondate se entro il 2030, come dice un recente rapporto delle Nazioni Unite, l’IA potrebbe consumare tanta acqua quanto 1,3 miliardi di persone e richiedere ogni anno una quantità di elettricità pari a tre volte il consumo combinato di Pakistan, Bangladesh e Nigeria. Ed è dei giorni scorsi la decisione di New York di spsendere per un anno la realizzazione di nuovi data center.

Le proteste più forti si registrano a Milano e dintorni. A Lacchiarella, comune di 9mila abitanti in direzione di Pavia, pochi giorni fa un centinaio di persone è sceso in piazza per protestare contro il progetto di Apto, la multinazionale che vuole costruire il data center più grande d’Italia. C’erano anche alcuni abitanti dei vicini comuni di Binasco e Zibido San Giacomo dove è in progetto la costruzione di un impianto simile. A ovest del capoluogo lombardo, a Magenta, è stata presentata all’Amministrazione comunale una petizione popolare, già firmata da oltre 1.200 persone, per chiedere risposte chiare sul data center da 240 megawatt che dovrebbe essere realizzato sull’area dell’ex Novaceta dalla società Namira Sgr. E i cittadini si stanno mobilitando anche in Brianza, a Vimercate, dove, nell’ex area dell’IBM, sorgerà un mega data center il cui progetto è stato presentato ufficialmente solo un paio di settimane fa da Qts e Kryalos Sgr: gli ex lavoratori di quella che era stata definita la “Silicon Valley del Vimercatese” si sono mobilitati e hanno depositato una serie di osservazioni formali in merito al nuovo progetto indirizzate sia al Ministero dell’Ambiente, a cui fa capo la Valutazione di impatto ambientale, sia al Comune di Vimercate, competente, attraverso lo strumento del Pgt (attualmente in fase di adozione), rispetto alla destinazione urbanistica. Un agguerrito comitato si sta formando a San Bovio (Peschiera Borromeo) dove un grande data center Microsoft sta per essere realizzato proprio al centro del paese a pochi metri da case e scuole. Il progetto, non discusso con la popolazione, è stato presentato quando già tutto era stato deciso. I cittadini vogliono vederci chiaro. E probabilmente non è finita qui.

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