Inchiesta sui data center

Il futuro delle infrastrutture digitali passa anche dai territori

Il punto con Marina Natalucci, direttrice dell'Osservatorio del Politecnico di Milano.

Il futuro delle infrastrutture digitali passa anche dai territori

Andiamo alla scoperta dei data center con Marina Natalucci (nella foto), direttrice dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano.

Cos’è un data center?

«E’ un’infrastruttura fisica che ospita i server e tutti i sistemi necessari per far funzionare i servizi digitali che utilizziamo ogni giorno. Quando inviamo una mail, utilizziamo un’app bancaria, guardiamo una partita in streaming, acquistiamo online o interagiamo con un sistema di intelligenza artificiale, dietro c’è sempre un data center che elabora e rende disponibili quei servizi. Per questo oggi i data center sono diventati infrastrutture critiche, al pari delle reti energetiche o di telecomunicazione: sostengono l’economia digitale e la crescente domanda di capacità computazionale».

A che punto è oggi il mercato italiano dei data center rispetto agli altri Paesi europei?

«Negli ultimi anni l’Italia è passata da mercato emergente a uno dei Paesi europei più dinamici. Oggi contiamo circa 200 infrastrutture operative e una capacità installata di 609 MW IT, con una crescita del 19% rispetto all’anno precedente. Nel triennio 2023-2025 sono stati investiti complessivamente 7,1 miliardi di euro per la costruzione, l’allestimento e l’acquisto delle apparecchiature IT dei nuovi data center, a conferma del crescente interesse degli operatori nazionali e internazionali verso il nostro Paese. Oggi stanno emergendo nuovi hub e l’Italia è sicuramente quello che cresce più rapidamente».

L’Italia è un hub strategico per i data center o siamo in ritardo? E il Nordovest?

«L’Italia ha tutte le caratteristiche per diventare uno dei principali hub europei dei data center. Il nostro Paese è interessante sia per la domanda crescente di servizi digitali sia per la posizione geografica nel Mediterraneo, che lo rende un punto di connessione naturale tra Europa, Africa e Medio Oriente grazie anche ai cavi sottomarini. In questo scenario il Nordovest, e in particolare l’area milanese, rappresenta oggi il principale polo nazionale. Qui si concentra circa il 68% della capacità installata italiana e la maggior parte dei grandi data center, quelli che richiedono infrastrutture di alta tensione, connettività e un ecosistema già sviluppato. Se però guardiamo ai data center di media e piccola potenza, la situazione è diversa: queste infrastrutture sono già distribuite su tutto il territorio nazionale».

Quanto incidono i tempi autorizzativi sulla competitività dell’Italia?

«Moltissimo. Negli ultimi tre anni abbiamo registrato 7,1 miliardi di euro di investimenti realizzati, ma una parte rilevante degli investimenti annunciati ha subito ritardi proprio per la complessità delle procedure autorizzative. Il tema, però, non riguarda soltanto la velocità delle autorizzazioni. Oggi assistiamo anche a un fenomeno che potremmo definire di natura speculativa: la forte domanda di infrastrutture per l’Intelligenza Artificiale sta spingendo molti operatori a richiedere connessioni alla rete elettrica o a valorizzare terreni come potenziali sedi di futuri data center, ancora prima che esista un progetto industriale concreto. In questo modo un terreno collegato all’alta tensione acquisisce immediatamente un valore molto maggiore. Il risultato è che le richieste superano di gran lunga i progetti reali. Un fenomeno che altri Paesi hanno già affrontato introducendo criteri più stringenti e, in alcuni casi, aumentando i costi delle richieste di connessione proprio per scoraggiare iniziative speculative. Anche per questo serve una cabina di regia nazionale che consideri i data center infrastrutture strategiche, definisca regole omogenee e consenta di accelerare i progetti realmente industriali senza alimentare una possibile bolla».

Quanto pesa realmente l’intelligenza artificiale nell’attuale boom dei data center?

«L’intelligenza artificiale rappresenta sicuramente uno dei principali fattori di crescita del settore, ma è importante evitare una semplificazione. Oggi in Italia la maggior parte dei nuovi data center continua a supportare servizi cloud, piattaforme digitali e applicazioni tradizionali. Le infrastrutture specificamente progettate per i carichi di lavoro dell’AI rappresentano ancora una quota limitata e questo significa che siamo in una fase in cui possiamo ancora governare il fenomeno, imparando anche dall’esperienza di altri Paesi. La crescita dei data center non deve necessariamente tradursi in un maggiore consumo di suolo: una delle direzioni su cui si sta lavorando è favorire il recupero di aree industriali dismesse e brownfield, anziché la trasformazione di aree verdi. Allo stesso modo sarà fondamentale accompagnare lo sviluppo con criteri chiari di pianificazione energetica e territoriale, così da conciliare innovazione, competitività e sostenibilità».

Come si conciliano la crescita dei data center e gli obiettivi di sostenibilità?

«La sostenibilità non può essere affrontata contrapponendo sviluppo e ambiente. I data center consumano energia ed è giusto che questo tema venga affrontato con grande attenzione. Allo stesso tempo bisogna guardare ai dati e all’evoluzione tecnologica. Le nuove infrastrutture sono molto più efficienti rispetto al passato, utilizzano sistemi di raffreddamento evoluti, sempre più spesso ricorrono a fonti rinnovabili e, nel caso italiano, nella maggior parte dei casi impiegano sistemi a circuito chiuso che limitano il consumo idrico. L’Italia, proprio perché sta vivendo questa fase di crescita oggi e non dieci o quindici anni fa, ha l’opportunità di fare un passo in più rispetto ad altri Paesi. Una cabina di regia nazionale potrebbe accompagnare gli investimenti chiedendo standard elevati di sostenibilità energetica, favorendo il recupero di aree industriali dismesse anziché il consumo di nuovo suolo e promuovendo forme di compensazione ambientale e di integrazione con i territori. In questo modo la sostenibilità diventerebbe un elemento competitivo e non un vincolo allo sviluppo. Allo stesso tempo non bisogna dimenticare che queste infrastrutture sono ciò che rende possibile l’evoluzione dell’intelligenza artificiale e del calcolo avanzato, tecnologie che potranno aiutarci ad affrontare problemi complessi proprio negli ambiti che oggi ci preoccupano di più, dalla ricerca sanitaria alla medicina personalizzata, dall’ottimizzazione dei consumi energetici alla gestione delle reti, fino allo sviluppo di strumenti sempre più efficaci per affrontare le sfide ambientali e climatiche. La vera sfida, quindi, non è scegliere tra innovazione e sostenibilità, ma creare le condizioni perché crescano insieme».

Quanto è concreta la prospettiva di utilizzare il calore di scarto dei data center per le città o le industrie?

«In diversi Paesi europei esistono già esperienze che dimostrano come il calore prodotto dai data center possa essere recuperato per alimentare reti di teleriscaldamento o processi industriali. Naturalmente non tutti i data center hanno caratteristiche che rendono possibile questa soluzione e molto dipende dalla loro posizione, dalla vicinanza ai potenziali utilizzatori del calore e dalle infrastrutture disponibili. Questi aspetti dovrebbero essere considerati già nella fase di progettazione. Un data center non dovrebbe essere pensato come un’infrastruttura isolata, ma come parte di un ecosistema territoriale più ampio. Più riusciremo a integrare queste infrastrutture con le esigenze delle comunità locali, valorizzando ad esempio il recupero del calore, la riqualificazione di aree industriali dismesse e la produzione di benefici condivisi, maggiore sarà anche il loro contributo alla sostenibilità del territorio».

Quanto è importante la collaborazione tra università, imprese e istituzioni per sostenere la crescita del settore?

«E’ fondamentale. I data center sono infrastrutture che si collocano all’incrocio tra tecnologia, energia, urbanistica, ambiente e sviluppo economico. Proprio per questo richiedono una visione sistemica: affrontare ciascuno di questi aspetti separatamente rischia di produrre risposte parziali e di alimentare una polarizzazione tra chi vede solo le opportunità e chi solo i rischi, senza cogliere la complessità del fenomeno. Come ricercatori del Politecnico di Milano il nostro compito è mettere a disposizione dati, analisi indipendenti e competenze multidisciplinari per favorire il dialogo tra istituzioni, imprese e territori».

Come immaginate il panorama dei data center italiani nel 2030?

«E’ difficile fare previsioni così lontane, ma alcune tendenze sono già abbastanza chiare. L’Italia continuerà a crescere come uno dei principali hub europei dei data center e, se saprà governare questa fase, potrà consolidare un ruolo strategico non solo per il nostro Paese, ma per l’intera infrastruttura digitale europea. La vera sfida non sarà tanto avere più data center, quanto dotarsi di un quadro normativo stabile, di una cabina di regia nazionale e di una pianificazione capace di accompagnare questa evoluzione, favorendo una distribuzione più equilibrata delle grandi infrastrutture sul territorio e valorizzando altri poli oltre a Milano. Sarà altrettanto importante che il confronto con i grandi operatori internazionali avvenga a livello di Paese e non sia lasciato ai singoli Comuni, che difficilmente possono affrontare da soli una trasformazione di questa portata. Una governance nazionale consentirebbe di definire regole omogenee, chiedere standard elevati di sostenibilità ambientale, favorire la riqualificazione di aree industriali dismesse e garantire che gli investimenti producano benefici concreti anche per i territori che li ospitano».

Quale dato del vostro Osservatorio dovrebbe preoccupare i CIO e i decisori politici?

«Più che un dato, mi preoccupa il divario tra le richieste di connessione alla rete elettrica e i progetti realmente previsti. Oggi stimiamo circa 1 GW di progetti concreti nei prossimi anni, mentre le richieste di connessione ad alta tensione hanno superato i 60 GW. E’ evidente che non siamo di fronte soltanto a una domanda tecnologica reale. L’intelligenza artificiale sta trasformando i terreni potenzialmente collegabili all’alta tensione in una nuova asset class immobiliare e questo rischia di alimentare dinamiche speculative che poco hanno a che vedere con la costruzione di infrastrutture realmente necessarie. Il punto non è fermare gli investimenti. Il punto è evitare che una possibile bolla rallenti proprio i progetti più solidi e strategici. Per questo serve una cabina di regia nazionale capace di distinguere le iniziative industriali concrete da quelle puramente speculative, accelerando le prime e scoraggiando le seconde. Allo stesso tempo bisogna aiutare i territori. Non possiamo pensare che siano i singoli Comuni a negoziare con operatori globali investimenti di questa portata. Serve un quadro normativo nazionale che accompagni le amministrazioni locali, definisca criteri omogenei e chieda agli investitori standard elevati di sostenibilità ambientale, riqualificazione di aree industriali dismesse e forme di compensazione che restituiscano valore alle comunità ospitanti. Un data center non dovrebbe limitarsi a ridurre il proprio impatto, ma contribuire a lasciare il territorio in condizioni migliori rispetto a come lo ha trovato».

Qual è il grande falso mito?

«Che tutti i data center siano uguali e che tutta la loro crescita dipenda dall’intelligenza artificiale. In realtà esistono infrastrutture molto diverse tra loro, con esigenze energetiche, tecnologie e funzioni differenti. Oggi, ad esempio, in Italia la maggior parte dei nuovi data center continua a supportare servizi cloud e applicazioni digitali tradizionali, mentre quelli dedicati all’intelligenza artificiale rappresentano ancora una quota limitata. Un altro falso mito è pensare che il dibattito riguardi soltanto i consumi energetici. I data center si trovano al punto di incontro tra energia, innovazione, sviluppo industriale, pianificazione territoriale e competitività del Paese. Ridurre tutto a una contrapposizione tra favorevoli e contrari significa non cogliere la complessità del fenomeno. La vera domanda non è se costruire o meno i data center. La domanda è come governarne la crescita, con quali regole, quali standard di sostenibilità e quale visione industriale. Perché i data center continueranno a crescere ovunque cresce la domanda di servizi digitali. La differenza la farà la capacità di trasformare questa crescita in un’opportunità per il Paese e per i territori».