Inchiesta sui data center

L’intervento dell’assessore lombardo: «Governare e non subire una rivoluzione»

«Esistevano solo delle linee guida nazionali e poiché la maggior parte delle richieste per i data center interessavano la Lombardia e Milano, la Regione ha deciso di varare una legge apposita per governare e gestire un processo ormai in atto, piuttosto che subirlo, partendo dall’assunto che sono delle strutture strategiche per lo sviluppo digitale, di cui tutti siamo fruitori».

L’intervento dell’assessore lombardo: «Governare e non subire una rivoluzione»

«Esistevano solo delle linee guida nazionali e poiché la maggior parte delle richieste per i data center interessavano la Lombardia e Milano, la Regione ha deciso di varare una legge apposita per governare e gestire un processo ormai in atto, piuttosto che subirlo, partendo dall’assunto che sono delle strutture strategiche per lo sviluppo digitale, di cui tutti siamo fruitori». Così Massimo Sertori (nella foto), assessore lombardo agli Enti locali, Montagna, Risorse energetiche, Utilizzo risorsa idrica, spiega la ratio che ha portato all’approvazione della prima legge in Italia per questo settore.

Come mai molti vogliono investire in Lombardia?

«Certamente perché queste strutture vengono fatte dove ci sono le esigenze, imprese e provider. C’è anche un tema di efficienza amministrativa. E il bisogno di una rete di distribuzione energetica efficiente: gli impianti vanno 7 giorni su 7, 24 ore su 24. Non dimentichiamo l’interconnessione della rete in fibra ottica».

Esiste un rischio di consumo di suolo?

«Con la nostra legge spingiamo l’utilizzo delle aree industriali dismesse, per ridurre il più possibile il consumo di suolo agricolo o parco. Per questo abbiamo incrementato gli oneri di costruzione fino al 200%. Abbiamo anche introdotto una serie di norme che agevolano soprattutto i piccoli Comuni, che si trovano di fronte un colosso con cui trattare, indicando degli indirizzi chiari e delle compensazioni ambientali. I Comuni non sono mai soli ma sempre accompagnati dalla Regione».

Molto importante anche il tema ambientale.

«Spingiamo per il recupero del calore prodotto, ad esempio con il teleriscaldamento. In questo ambito ci sono diversi miti da sfatare, tenendo conto delle innovazioni tecnologiche. Come il consumo di acqua, notevolmente ridotto con un sistema a circuito chiuso di recupero; l’aumento delle temperature nell’ambiente, problema che riguardava le vecchie strutture ma che oggi non esiste più, e qui sono anche vietate le torri di vaporizzazione».

Certamente sono impianti energivori, che consumano molta energia.

«Per questo abbiamo introdotto nella legge una cabina di regia con Regione e Terna, il gestore della rete di distribuzione, per mappare i territori per capire come e dove è meglio collegarsi alla rete. Molti data center hanno un generatore proprio e non vanno a influire sulla rete privata e i black out, perché usano la media e alta tensione, più che altro sui tralicci e non tocca la rete che va sotto terra. E in diversi casi gli operatori certificano di usare energia prodotta da fonti rinnovabili».

Perché i data center suscitano preoccupazioni?

«Credo siano più figlie dei miti: se recuperiamo aree industriali dismesse, magari vengono assunte delle persone e il mio comune ne ottiene dei benefici, penso che il data center non sia così negativo. Il problema è dove e come si fanno, e la legge vuole tutelare i territori. Ci sono delle preoccupazioni ma la legge regionale cerca di gestirle, perché è un processo che viene avanti e non si può fermare. Poi come tutte le leggi è sempre migliorabile».