Inchiesta sui data center

Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente: «Facciamoli, ma con rispetto dell’ambiente e delle risorse»

«I data center sono parte integrante della transizione digitale di cui tutti, in modi più o meno frivoli, facciamo uso, anche quelli che si lamentano. Bisognerebbe forse, oltre che lamentarsene, imparare a usare in modo diverso la tecnologia».

Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente: «Facciamoli, ma con rispetto dell’ambiente e delle risorse»

«I data center sono parte integrante della transizione digitale di cui tutti, in modi più o meno frivoli, facciamo uso, anche quelli che si lamentano. Bisognerebbe forse, oltre che lamentarsene, imparare a usare in modo diverso la tecnologia». Così Andrea Minutolo, responsabile scientifico nazionale di Legambiente, interviene sul caso della diffusione dei data center, di cui si sta parlando moltissimo nelle ultime settimane con toni a volte abbastanza preoccupati.

Com’è iniziata la questione dei data center nel nostro paese?

«All’inizio c’è stata una corsa scellerata per la loro costruzione: i rappresentanti di grandi società con portafogli gonfi andavano nei piccoli comuni chiedendo di poter acquistare aree agricole, offrendo cifre che potevano sanare interi bilanci. Questo ha determinato il primo problema, quello del consumo di suolo. Oggi ancora c’è qualcuno che si muove in questo modo, ma generalmente si osserva un cambio di passo per cui si cercano, piuttosto che le aree agricole, zone industriali, poli logistici, capannoni dismessi o aree degradate da riqualificare, in quelli che vengono chiamati “brownfield”, per preservare i “greenfield” (letteralmente “campi marroni” e “campi verdi”, ndr). L’altro grande problema dei data center è di ordine energetico: non sono industrie inquinanti, ma sono macchine energivore. Cioè per funzionare hanno bisogno di molta energia, che bisogna organizzare. E infine il terzo problema riguarda il consumo di risorse idriche: si tratta di macchine che devono lavorare molto e in modo continuativo, per cui hanno necessità di essere raffreddate. E il raffreddamento avviene con l’acqua, prelevata per lo scopo e reimmessa in circolo, anche se più calda».

Quindi non ci sono alternative. Ma ci possono essere buone pratiche da seguire per limitare i danni?

«Ormai è impensabile non usarli; ma c’è il modo di farlo con dei criteri di rispetto dell’ambiente e delle risorse. Con le giuste attenzioni si può evitare il consumo di suolo, limitare l’impatto energetico (magari usando delle fonti rinnovabili dove possibile, per raggiungere l’autosufficienza energetica) e usare le risorse idriche in modo intelligente, trovando così il giusto equilibrio. A livello di distretto, poi, si possono utilizzare anche in relazione alle altre realtà limitrofe: producendo molto calore, ad esempio, è possibile con i dovuti accorgimenti usare i data center per il riscaldamento di edifici presenti nella stessa area».

Quello che ancora manca, quindi, è una pianificazione che sia almeno regionale, per determinare linee guida precise da seguire e regolamentare la questione?

«La Lombardia, Milano soprattutto, è il territorio dove i data center sono più diffusi. Questa regione è stata pioniera, e ha visto il sorgere di queste strutture per ospitare server e processori della transizione digitale che ormai è imprescindibile. Ma proprio per questo quella dei data center deve essere un’infrastruttura a servizio del Paese, e non solamente di alcune aree più evolute. Dal ministero dovrebbero esserci delle linee guida per permettere alle amministrazioni di rispondere con un criterio generale a queste richieste, o delle modalità standard di partecipazione ai bandi».

Non tutto è perduto insomma, e pare di capire che sia ancora possibile aggiustare il tiro. E’ così?

«Quello dei data center è un discorso che fa parte di un processo inevitabile a cui stiamo andando incontro, come quello della transizione digitale, che è partito col piede sbagliato. Tuttavia è ancora possibile aggiustare il tiro e sistemare le cose. Basterebbe anche solo una pianificazione regionale, se non nazionale, e questo può diventare un valore aggiunto importante, in termini di bonifica, ripristino di aree dismesse e di connessione. Non si tratta di un’industria che inquina, sono delle strutture che necessitano anche di poca manutenzione».

La questione è affrontabile da ognuno di noi anche a livello individuale. Cosa possiamo fare per limitare i danni?

«L’installazione dei data center è una conseguenza alla richiesta di potenza che deriva da noi. Avviene in seguito alla richiesta che ne facciamo, perché altro non sono che memorie su cui salvare i nostri dati non solo per l’intelligenza artificiale, ma anche per i social e l’uso quotidiano che ne facciamo. Per questo sarebbe utile anche lanciare un messaggio: evitando l’abuso di questi strumenti si potrebbe magari limitare il problema. L’appello è proprio questo: iniziamo a interrogarci su come usiamo noi questi nuovi strumenti. Evitarne l’abuso sarebbe già un ottimo punto di partenza».