L'inchiesta sulle previsioni Istat

Gli abitanti del Nordovest che verrà saranno sempre di meno e sempre più vecchi

Nel complesso, quindi le previsioni evidenziano un processo di contrazione demografica generalizzato ma con intensità differente sul territorio e, pur in un contesto di diminuzione, il Nordovest mantiene una dinamica relativamente più favorevole rispetto al resto del Paese.

Gli abitanti del Nordovest che verrà saranno sempre di meno e sempre più vecchi

Il Nordovest che verrà non ha proprio dei bei connotati: sarà meno abitato (e non basteranno gli immigrati per colmare il vuoto), con una popolazione sempre più anziana, bambini che latitano e una forza lavoro difficile da reperire. E’ il quadro che traspare dalle previsioni dell’Istat proiettate fino al 2080.

Residenti in calo

Se la popolazione residente in Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta è attualmente quantificata in 15.953.162 abitanti, nel 2080 sarà, mediamente, di 14.114.035: tra 54 anni il Nordovest registrerà ben 1.839.127 abitanti in meno (-11,5%). Anche se va meglio che nel resto del Paese, dove la diminuzione prevista è percentualmente il doppio (-22,3%, da 58,9 a 45,8 milioni), e stanno peggio molte altre regioni che toccheranno livelli di calo preoccupanti (-46,07% per la Sardegna, -45,8% per la Basilicata e -38,71% per la Puglia), c’è poco da stare allegri: la Valle d’Aosta è, tra le nostre regioni, quella con la maggiore riduzione (da 122.540 a 98.999 abitanti, pari a un -19,21%), seguita da Piemonte (da 4.255.020 a 3.677.138 abitanti, pari a un -13,58%), Lombardia (da 10.063.381 a 8.983.447 abitanti, pari a un -10,73%) e Liguria (da 1.512.221 a 1.354.451 abitanti, pari a un -10,43%).

Si cambia: anziani, nascite, migrazioni

Nel complesso, quindi le previsioni evidenziano un processo di contrazione demografica generalizzato ma con intensità differente sul territorio e, pur in un contesto di diminuzione, il Nordovest mantiene una dinamica relativamente più favorevole rispetto al resto del Paese.

Invecchiamento della popolazione

Non solo la popolazione diminuisce ma, com’è naturale, invecchia pure. L’accelerazione si avrà nei prossimi anni, quando passeranno nella categoria degli anziani le generazioni nate durante il baby boom degli anni ‘60 e della prima metà degli anni ‘70. per cui nel breve periodo (entro il 2030), l’età media della popolazione aumenterà da 46,9 a 48 anni, mentre la quota di persone con almeno 65 anni passerà dal 24,7% al 27,2%. La popolazione di 15-64 anni scenderà dal 63,4% al 62,1%, mentre i giovani fino a 14 anni scenderanno dall’11,9% al 10,7%. L’accelerazione maggiore, comunque, si avrà nel medio periodo (2030-2050) quando il transito delle generazioni del baby boom nelle età anziane raggiungerà la massima intensità. L’età media supererà i 51 anni, gli ultrasessantacinquenni arriveranno al 34,5% del totale e la quota di 15-64enni si ridurrà al 55,3%. È in questa fase che il riequilibrio tra le diverse classi di età appare più difficile, con un progressivo restringimento della base della popolazione in età attiva. Nel lungo periodo (2050-2080) poi, il processo di invecchiamento proseguirà, ma con ritmi più contenuti.

Le conseguenze maggiori si avranno a livello di welfare e di crescita economica. Aumenteranno, infatti, i grandi anziani: la popolazione di 85 anni e più passerà dal 4,1% del 2025 al 4,4% nel 2030, supererà il 7,0% nel 2050 e raggiungerà l’8,4% nel 2080. Nel Nordovest avremo una percentuale dell’8% di ultraottantacinquenni, con il picco in Lombardia (8,2%) e la punta minima in Valle d’Aosta (7,4%). Si tratta della componente più esposta a bisogni assistenziali e sanitari, il cui incremento rappresenta una delle principali sfide per il sistema di welfare e per l’organizzazione dei servizi sociosanitari. Parallelamente, l’attesa riduzione della popolazione tra 15 e 64 anni comporterà non poche conseguenze sulla crescita economica, sulla sostenibilità del sistema pensionistico, sull’offerta di lavoro e sulla capacità del Paese di rispondere alla crescente domanda di assistenza generata dall’invecchiamento della popolazione.

Giorgia Casalone, docente di Scienze delle finanze: «Inverno demografico, ma anche forza lavoro inespressa»

Cresce il peso delle famiglie unipersonali e degli anziani che vivono da soli

Avremo più famiglie, ma sempre più ridotte nella loro dimensione media. Tra il 2025 e il 2050 il numero delle persone che vivono sole aumenterà da 10 a 11,6 milioni (+16%), cosicché la loro quota sul totale delle famiglie salirà dal 37,5% al 42%. La crescita sarà particolarmente marcata per le donne sole, che passeranno da 5,3 a 6,3 milioni (+20,3%), mentre sarà più contenuto l’incremento degli uomini che vivono soli, da 4,7 a 5,2 milioni (+11,3%).

La crescita delle persone sole riguarderà soprattutto le età più avanzate. Nel 2025, su 10 milioni di individui soli 4,6 milioni (il 46,3%) hanno almeno 65 anni; entro il 2050 potrebbero salire a 6,6 milioni su 11,6 arrivando a rappresentare il 57% delle persone sole. Per la loro maggiore longevità, le ultrasessantacinquenni sole passeranno da 3,2 a 4,5 milioni (salendo dal 60,2% al 71% delle donne sole), mentre gli uomini aumenteranno da 1,4 a 2,1 milioni (dal 30,7% al 40% degli uomini soli). Un dato che suscita ancora più preoccupazione, soprattutto in termini socio-sanitari, è quello relativo agli ultrasettantacinquenni soli: nel 2050 raggiungeranno quota 4,7 milioni (dei quali 3,4 milioni donne), ben 1,7 milioni in più rispetto al 2025, e passeranno dal 29,5% al 40,3% delle persone sole.

Mortalità da record con il Covid

Cambiamenti nel mondo del lavoro

Da qui ai prossimi anni crescerà la partecipazione al lavoro e in parte compenserà la riduzione della forza produttiva. Il tasso di attività, che misura la quota delle forze di lavoro sulla popolazione tra i 15 e i 64 anni, è previsto in crescita: passerà dal 66,7% nel 2025 al 71% nel 2050, con un aumento di 4,3 punti percentuali. La partecipazione lavorativa crescerà in particolare tra le donne: il tasso di attività femminile, oggi inferiore di circa 18 punti percentuali a quello maschile, salirà dal 57,8% del 2025 al 64,2% nel 2050, con un incremento di 6,4 punti percentuali. Per gli uomini la crescita prevista è più contenuta, dal 75,6% al 77,2% (+1,6 punti).

Ci saranno, comunque, forti differenze territoriali. Nel 2025, il tasso di attività è pari al 73,2% nel Nordest, al 72,2% nel Nordovest e al 70,5% nel Centro, mentre nel Mezzogiorno si ferma al 56,4%, evidenziando un divario ampio rispetto al resto del Paese. Entro il 2050, il Nordest dovrebbe mantenere il primato, con un tasso prossimo al 76% e un incremento di 2,8 punti percentuali. Anche il Nordovest e il Centro registreranno una crescita, seppure più contenuta, fino a convergere al 2050 su valori assai vicini (rispettivamente, 74,9% e 74,7%).

Questo, dicevamo, compenserà, almeno in parte, la progressiva contrazione della forza lavoro. Nel complesso, la forza lavoro tra i 15 e i 64 anni scende da 24,8 a 21,4 milioni: circa 3,4 milioni di persone in meno. Gli uomini attivi passano da 14,1 a 12,2 milioni e le donne da 10,7 a 9,2 milioni, con una flessione pari al 13,5% per i primi e al 13,7% per le seconde.

Molto più intensa sarebbe la diminuzione degli inattivi. Tra gli uomini si passa da 4,6 a 3,6 milioni (-20,8%), mentre tra le donne da 7,8 a 5,2 milioni (-34,2%). Per l’effetto congiunto del calo della popolazione e della crescita dei tassi di attività, gli inattivi di 15-64 anni si riducono da 12,4 a 8,8 milioni (-29,2%).

Le differenze territoriali restano ampie, riflettendo l’effetto combinato delle diverse ipotesi demografiche e dei livelli di partecipazione di partenza. Gli attivi diminuiscono meno nel Nordovest (-8,7%) e nel Nord-est (-9,9%), mentre la contrazione è maggiore nel Centro (-13,2%) e, soprattutto, nel Mezzogiorno (-21,5%).

L’immigrazione ci darà una mano

Seppur in calo, un aiuto a sopperire le carenze del mercato del lavoro, soprattutto delle professioni meno qualificate, continuerà ad arrivarci dall’immigrazione. Anche qui i numeri sono in calo, ma meno. La contrazione al 2080 nel Paese è quantificata nel -7,52%. Quella del Nordovest, però, è più consistente: -13,48% per la Liguria, -10,8% per la Lombardia e -9,46% per il Piemonte, mentre per la Valle d’Aosta si prevede addirittura una leggera crescita (+2,48%).