Inchiesta SSN in difficoltà

Sanità a ostacoli tra liste d’attesa infinite e carenza di medici

Tra le altre difficoltà evidenziate dal Country Report 2026 c’è sicuramente la cosiddetta “spesa out of pocket”: in Italia la quota di cittadini che hanno messo mano al portafoglio per pagarsi visite e cure in genere sarebbe pari al 23,7% della spesa sanitaria complessiva, contro una media Ue del 14,9%.

Sanità a ostacoli tra liste d’attesa infinite e carenza di medici

Mancano i medici di famiglia. Mancano i pediatri. Mancano gli infermieri. E il tema delle infinite liste d’attesa per esami e visite è da sempre nel mirino; anche se, con qualche sforzo in più, negli ultimi tempi ha dato piccoli segnali di miglioramento. Il nostro sistema sanitario non sta attraversando un buon momento. Se l’argomento non fosse terribilmente serio, la battuta sarebbe facile: non gode di ottima salute. E a pagarne le spese sono soprattutto i nostri territori: nel Nordovest si stima manchino oltre 300 pediatri e addirittura 2.119 medici di famiglia. Una situazione che si fa sempre più allarmante.

Il Country Report 2026

A sottolinearlo, mettendolo nero su bianco, ci ha pensato la Commissione europea che a inizio giugno ha pubblicato il Country Report 2026 dedicato al nostro Paese. Ci sono diversi passaggi riferiti alla sanità che mettono in evidenza molteplici criticità strutturali. A cominciare dalla rinuncia alle cure. Secondo il rapporto, nel 2024 il 9,9% della popolazione, praticamente un italiano su dieci, ha dichiarato di aver rinunciato a prestazioni sanitarie necessarie; in significativo aumento rispetto al 6,3% del 2019. Perché? «Le lunghe liste d’attesa rappresentano una delle principali cause», scrivono i relatori di Bruxelles: infatti, il 6,8% degli italiani le indica come motivo della mancata cura, contro il 2,8% registrato cinque anni prima.

Tra le altre difficoltà evidenziate dal Country Report 2026 c’è sicuramente la cosiddetta “spesa out of pocket”: in Italia la quota di cittadini che hanno messo mano al portafoglio per pagarsi visite e cure in genere sarebbe pari al 23,7% della spesa sanitaria complessiva, contro una media Ue del 14,9%. E lo diciamo col condizionale perché questo divario potrebbe essere perfino sottostimato. Resta il fatto che una situazione del genere, in un momento in cui le difficoltà economiche sono in aumento per molte famiglie, può spingere una parte crescente di pazienti a rinunciare direttamente alle cure.

La commissione, poi, mette il dito nella piaga della carenza dei medici di famiglia, vero campanello d’allarme del nostro sistema sanitario. Nell’ultimo decennio il loro numero è diminuito di circa il 13% e oltre la metà di loro supera il massimale contrattuale di assistiti. Il che determina una pressione sempre più crescente sulla presa in carico territoriale, proprio mentre l’invecchiamento della popolazione richiede più continuità assistenziale, gestione della cronicità e integrazione sociosanitaria.

Il rapporto dell’Ocse e la carenza di infermieri

Che il nostro sistema sanitario fosse in difficoltà l’avevano sottolineato anche i due rapporti “Profilo della Sanità 2025: Italia” e “Health at a Glance” dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, una fotografia aggiornata del nostro sistema sanitario. Pur evidenziando diverse positività, da un’aspettativa di vita maggiore rispetto a molti altri Paesi europei alla possibilità di accesso e alla qualità delle nostre cure, i due rapporti sottolineano, in particolare, la carenza di infermieri: ne abbiamo 6,9 ogni 1.000 abitanti, oltre il 20% al di sotto della media Ue di 8,4, con un rapporto infermieri/medici di appena 1,3, uno dei più bassi nell’Ue. L’afflusso di nuovi infermieri è diminuito drasticamente nell’ultimo decennio, con un calo del numero di laureati in infermieristica superiore al 3% annuo tra il 2013 e il 2022.

«Questo squilibrio – scrivono i ricercatori dell’Ocse – riflette le difficoltà di lunga data nell’ampliamento della forza lavoro infermieristica, difficoltà che sono state ulteriormente aggravate dalla crescente domanda dovuta all’invecchiamento della popolazione e dalla riduzione della forza lavoro a causa dei pensionamenti, dell’emigrazione e del calo del numero di neolaureati». Senza dimenticare il problema salariale. «L’attrattiva della professione – scrivono – è ulteriormente compromessa da una retribuzione non competitiva: mentre nella maggior parte dei Paesi UE gli infermieri guadagnano circa il 20% in più rispetto al salario medio nazionale, gli infermieri italiani sono retribuiti più o meno alla pari».

 

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