Il terziario lombardo ritrova slancio. Nel secondo trimestre del 2026, secondo i dati di Unioncamere Lombardia, il fatturato delle imprese dei servizi cresce del 2,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e dello 0,8% rispetto al trimestre precedente. Un’accelerazione che riporta la dinamica sui ritmi più sostenuti della seconda metà del 2025 e che porta l’indice del fatturato a quota 144,3, con base 2015=100.
Il dato più significativo arriva però dalla diffusione della crescita. Quasi una impresa su due, il 48%, dichiara infatti un aumento del fatturato su base annua, mentre quelle che registrano una diminuzione scendono al 29%, il livello più basso degli ultimi sei trimestri. Un ulteriore 23% indica una situazione di stabilità.
Servizi, tutti i comparti in territorio positivo
La fotografia settoriale è complessivamente favorevole. Tutti i comparti analizzati registrano una crescita del fatturato su base annua. A guidare sono i servizi alle persone (+4%) e i servizi alle imprese (+3,2%). Torna a crescere anche il commercio all’ingrosso, con un +2,5%, dopo un lungo periodo di sostanziale stagnazione. Più contenuta, invece, la performance di alloggio e ristorazione (+1,5%), dopo il forte incremento del primo trimestre, favorito anche dall’effetto delle Olimpiadi Invernali. La crescita coinvolge anche il mercato del lavoro. Nel trimestre il saldo degli addetti tra inizio e fine periodo è pari al +1,3% e, depurando il dato dalle oscillazioni stagionali, l’incremento su base annua supera i tre punti percentuali. Un segnale che conferma la solidità della domanda di lavoro nel comparto dei servizi.
Anche il commercio al dettaglio accelera
Segnali positivi arrivano anche dai negozi. Nel secondo trimestre il fatturato del commercio al dettaglio aumenta del 2,4% su base annua e dello 0,6% su base trimestrale, portando l’indice a quota 118,2. Il ritmo di crescita risulta superiore a quello osservato nel corso del 2025. Anche qui migliora la distribuzione delle imprese: il 45% dichiara un aumento del fatturato, la quota più elevata degli ultimi due anni e mezzo, mentre la percentuale di imprese in calo scende al 29%, per la prima volta sotto il 30% negli ultimi tre anni. Il 26% si colloca invece nell’area della stabilità. A trainare il commercio sono soprattutto gli esercizi non specializzati, come supermercati e minimarket, con un +3,3%. Tornano in positivo anche i negozi alimentari (+2,5%), mentre i negozi non alimentari crescono dell’1,8%.
Il nodo dei prezzi
E’ proprio sul fronte dei prezzi che emerge l’elemento di maggiore cautela. Nei servizi i prezzi di vendita, dopo il +1,7% congiunturale del primo trimestre, rallentano ma registrano comunque un +1,3%. Nel commercio al dettaglio l’incremento trimestrale arriva invece al 2,7%, un valore che il rapporto considera particolarmente elevato e che non si osservava a questi livelli dal 2023. Il rischio è quello di una trasmissione dei maggiori costi energetici lungo la filiera, fino ai prezzi pagati dai consumatori. Un nuovo shock inflazionistico potrebbe infatti frenare i consumi e mettere sotto pressione la crescita appena consolidata.
Fiducia in miglioramento, ma senza euforia
Le aspettative degli imprenditori sono migliorate rispetto al pessimismo del primo trimestre, ma la prudenza rimane elevata. Nei servizi il saldo tra chi prevede un aumento e chi anticipa una diminuzione del fatturato torna positivo, seppure di appena un punto; più incoraggianti le prospettive occupazionali, con un saldo di +4 punti. Nel commercio al dettaglio il clima migliora, ma le aspettative sul fatturato restano negative, a -5 punti, mentre quelle sugli ordini sono ancora più deboli, a -15 punti. Positive, seppur di misura, le previsioni sull’occupazione (+1 punto). Il quadro che emerge è dunque quello di un’economia dei servizi che ha ritrovato una fase espansiva e sta creando occupazione, ma che guarda con attenzione ai prossimi mesi. La crescita del secondo trimestre offre un segnale concreto di tenuta; il vero banco di prova sarà capire se i rincari energetici resteranno contenuti oppure finiranno per trasferirsi sui prezzi e, di conseguenza, sulla capacità di spesa delle famiglie.