Aurora Ruffino è un’attrice italiana, nata a Torino il 22 maggio 1989. Cresciuta a Druento, in provincia di Torino, si avvicina al mondo della recitazione durante l’adolescenza, frequentando un corso di teatro. Dopo il diploma, continua a formarsi come attrice e nel 2010 ottiene il suo primo ruolo importante nel film «La solitudine dei numeri primi», diretto da Saverio Costanzo. La notorietà arriva nel 2012 grazie al film «Bianca come il latte, rossa come il sangue», tratto dal romanzo di Alessandro D’Avenia, nel quale interpreta Silvia. Successivamente lavora soprattutto in televisione, partecipando a diverse fiction di successo. Tra i suoi ruoli più conosciuti c’è quello di Cris nella serie «Braccialetti rossi», che le permette di farsi apprezzare da un pubblico molto ampio. Nel corso della sua carriera Aurora Ruffino alterna cinema e televisione, interpretando personaggi diversi e mostrando una particolare sensibilità nella recitazione. E’ apprezzata per la sua capacità di dare autenticità e profondità ai personaggi che interpreta.
Nel 2024 ha pubblicato «Salvare i colori», raccontando una storia intima e delicata, in cui il tema della crescita si intreccia con quello della memoria e delle relazioni. Al centro del libro ci sono emozioni, fragilità e momenti di cambiamento, attraverso i quali i personaggi si confrontano con il proprio passato e con la necessità di trovare un nuovo equilibrio. Il racconto affronta con sensibilità il passaggio dall’adolescenza all’età adulta e il valore dei legami, mostrando come anche le esperienze più difficili possano lasciare spazio alla consapevolezza e alla speranza. Un libro che invita a guardare dentro di sé e a non perdere i propri “colori”.
Ruffino è stata ospite a «Chiavari In Cosplay», sabato 26 settembre sul palco del Pop Screen Fest in una conversazione con il giornalista Andrea Morandi per parlare del suo libro «Volevo salvare i colori», della sua carriera e dei suoi film del cuore.
Quando scrive, sente di essere più libera rispetto a quando recita?
«Sì, nella scrittura mi sento più libera che nella recitazione. L’attore, per quanto possa portare la propria sensibilità e proporre una personale visione della scena, si muove sempre all’interno di confini già tracciati: ci sono parole scritte da altri, le indicazioni del regista e una visione più ampia alla quale deve affidarsi. Quando scrivo, invece, non esistono mediazioni. Ci sono soltanto io, ciò che sento e la verità emotiva che, in quel momento, chiede di prendere forma attraverso le parole».
Recitazione e scrittura sono due linguaggi diversi o due modi di raccontare la stessa verità?
«La recitazione e la scrittura sono due linguaggi diversi e, proprio per questo, possono diventare due modi differenti di raccontare la stessa verità. Dipende dalla storia e da ciò che si desidera esprimere».
Da dove nasce l’urgenza di raccontare una storia attraverso un libro?
«L’urgenza di raccontare questa storia è nata da un impulso interiore, che mi ha portata a scrivere le prime pagine senza avere ancora l’intenzione di realizzare un libro. E’ stato qualcosa che è emerso lentamente, giorno dopo giorno: non sono stata io a decidere di scrivere questo libro, è stato il libro a manifestarsi, una pagina alla volta».
Perché voleva “salvare i colori” e quanto è stato “difficile” e “catartico” raccontare di sé in questo libro?
«“Salvare i colori”, per me, significa comprendere che non c’è nulla da salvare. Significa, piuttosto, imparare ad accogliere tutti i colori, tutte le sfumature e tutte le esperienze che la vita ci offre. Non esistono esperienze esclusivamente positive o negative, così come non esistono colori più belli o più brutti: il blu e il rosso non hanno più valore del nero o del marrone. Ogni sfumatura appartiene all’esperienza umana e merita di essere inclusa. Lo stesso vale per il dolore. Le esperienze che ci fanno soffrire non sono qualcosa da cui fuggire o che non dovrebbe esistere, ma parti della vita da attraversare, accettare e integrare. Il libro non è autobiografico, ma raccontare un dolore che ho vissuto in prima persona, e soprattutto la sua trasformazione, è stato profondamente catartico. Oggi quel dolore trasformato attraverso la scrittura riesce, in qualche modo, ad aiutare anche i miei lettori».
Progetti futuri? Come e dove si immagina tra 10 anni? Sogno nel cassetto?
«In questo momento, sto cercando di comprendere come dare forma concreta a ciò che vedo per me e a come mi immagino tra dieci anni. Sento dentro una forte espansione e desidero assecondarla, permettendole di manifestarsi anche al di fuori di me. Anche i sogni nel cassetto sono molti, ma sono tutti uniti dallo stesso desiderio: continuare a portare nel mondo, attraverso linguaggi diversi, la luce delle storie e delle emozioni che emergono dentro di me».
E’ legata alla sua città d’origine e al Piemonte in generale?
«Sì, sono profondamente legata alla mia città d’origine, Torino, e al Piemonte. Sono luoghi che custodiscono un enorme bagaglio emotivo: i ricordi della mia infanzia, gli anni della crescita e una parte fondamentale della mia storia. La mia famiglia vive ancora lì, quindi torno molto spesso. Per me è sempre importante riuscire a trovare il tempo e il modo di tornare».
Libro sul comodino?
«In questo momento, sul mio comodino c’è La cura Schopenhauer di Irvin D. Yalom».
Sognava di diventare attrice?
«In realtà, sognavo di fare questo mestiere, ma mi sembrava talmente impossibile che, crescendo, mi sono dimenticata di avere quel sogno. L’ho riscoperto molti anni dopo, rileggendo un tema che avevo scritto a dodici anni, nel quale esprimevo il desiderio di voler diventare un’attrice».
E cosa direbbe oggi all’Aurora bambina?
«Alla piccola me direi che sono profondamente orgogliosa di lei, della sua forza e del suo coraggio. Le direi di continuare a fidarsi sempre della sua gioia e del suo intuito».