L'inchiesta sul cambiamento climatico

L’intervista al climatologo Luca Mercalli: «Cosa stiamo aspettando per fare qualcosa?»

Non sono mai state registrate temperature simili nel Nordovest dal 1753.

L’intervista al climatologo Luca Mercalli: «Cosa stiamo aspettando per fare qualcosa?»

«Il caldo che sta facendo in questo periodo non ha precedenti nella storia»: così il climatologo e divulgatore scientifico Luca Mercalli commenta la situazione dell’aumento di 4 gradi centigradi delle temperature medie annue nei centri del Nordovest, spostando però l’asticella più indietro nel tempo. «La società meteorologica italiana nel Nordovest ha diversi osservatori che raccolgono dati puntuali da ben prima del 1961: a Torino abbiamo delle serie storiche misurate dal 1753, a Moncalieri dal 1865, a Cuneo dal 1871 e a Domodossola dal 1870. Possiamo dire che le temperature di questi giorni non sono mai state registrate in queste rilevazioni».

Nonostante l’evidenza scientifica dei dati permangono però ancora molte sacche di scetticismo anche dalle istituzioni locali e nazionali: è così?

«Siamo pieni di notizie di opposizioni e negazionismo su questi dati. Recentemente un mio collega glaciologo è stato protagonista di un litigio con l’assessore all’ambiente del Friuli Venezia Giulia, che lo ha accusato di essere ideologico perché il cambiamento climatico è normale. Ora, se anche un politico rappresentante delle istituzioni taccia di ideologia un ricercatore che fa questo di mestiere non è un buon segno. O un presidente del Senato che racconta che ci abitueremo al clima dei Caraibi, senza però parlare degli uragani, per fare un esempio».

Il cambiamento climatico e il surriscaldamento del pianeta si possono affrontare partendo dal rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive?

«Abbiamo un’opportunità enorme in Italia: quasi un terzo del territorio è di montagna ed è considerato “area interna marginale”. Se si contano anche le zone collinari la percentuale sale al 50%: in questo Paese si parla da 50 anni delle questione dello spopolamento delle aree interne. Basterebbe recuperarle, riqualificando il patrimonio edilizio esistente che in quelle zone giace abbandonato per avere da subito due benefici: recuperare un patrimonio architettonico e guadagnare un clima migliore, fuggendo dalle pianure dove l’afa rende le città invivibili. Certo, non è una misura che può essere valida per tutti, ma è un buon esempio replicabile su larga scala. Guardando a tutto il territorio nazionale riguarderebbe milioni di persone. Se si facesse seriamente questa cosa, senza costruire nuove strutture, recuperando l’esistente anche in pianura e nelle città, oltre a ripopolare i paesi montani, l’Italia sarebbe a posto per i prossimi 500 anni».

Quella del cambiamento climatico è un’emergenza che si presenta ora con i suoi effetti non modificabili: le ondate di calore e gli eventi estremi sono già realtà. Ma cosa si può fare per tamponare il problema?

«Ogni italiano produce in media 6.500 kg all’anno di CO2. Bisogna modificare i propri stili di vita per consumare meno e consumare meglio l’energia. Bisogna partire da qui, da come usiamo l’energia: lo facciamo spesso senza pensarci pagandola cara, e siamo subito pronti a protestare se alla pompa di benzina i prezzi aumentano. Non arriviamo a chiederci se possa esserci qualcosa di alternativo, che farebbe diminuire, oltre che i costi altissimi che dobbiamo sostenere, anche l’impatto sull’ambiente. Se inquiniamo meno il clima, la nostra salute e il nostro portafoglio ne giovano. Spesso l’idea viene respinta perché si pensa di diventare poveri, ma si tratta di investimenti che ci preparano anche al clima del futuro: banalmente occuparsi delle nostre case all’insegna del risparmio energetico, con sistemi di approvvigionamento da fonti alternative, è un investimento. Io uso un’auto elettrica che ricarico con i pannelli che ho sul tetto, senza spendere. Un altro grande tassello del consumo energetico è quello degli allevamenti intensivi, per cui basterebbe mangiare un po’ meno carne, senza diventare per forza vegetariani. Ci sono ancora moltissime chiusure da parte della gente, senza parlare di incompetenze e burocrazia che ostacola anche chi avrebbe la buona volontà di fare qualcosa, che forse è ancora peggio dei pregiudizi. Il cambiamento climatico esiste e bisogna farsene una ragione: in Piemonte lo vediamo anche in queste settimane, con il monitoraggio dei ghiacciai in regione. Non sono mai stati così indietro, ed è lo stesso segnale che ci danno gli osservatori meteo, una doppia verifica del dato: cosa aspettiamo per fare qualcosa?».

Emergenza caldo Dal 1961 temperature più alte di 4 gradi