Yuri Previtali da 3 anni è in Ucraina, nelle file della Legione internazionale dei volontari che combattono al fianco dell’esercito contro l’invasione russa. Nato nel 1995 in provincia di Bergamo, il giovane ha deciso di lasciare tutto e partire per arruolarsi.
Cosa l’ha spinta a lasciare la sua vita qui e partire per il fronte ucraino?
«Seguivo già negli anni passati quel che stava succedendo in Ucraina, dal 2014 in poi. Quando ho visto che c’è stata l’invasione russa nel 2022 ho sentito come una chiamata interiore, non potevo più starmene a casa ad assistere impotente a quello che stava succedendo. Mi sono proprio sentito chiamato a impegnarmi per fare del bene per qualcun altro. Sono un europeista convinto, se l’Ucraina fosse stata già parte della UE tutto questo non sarebbe successo. E l’Europa avrebbe già dovuto intervenire da tempo con il pugno duro».
Così ha lasciato tutto, salutato parenti e amici ed è andato a combattere.
«Si, ho disdetto il contratto d’affitto per l’appartamento in cui vivevo, e alla fine dei 6 mesi di preavviso sono partito. Ho detto in azienda che avevo trovato un altro lavoro per evitare questioni e sono andato in Ucraina. Sono un bergamasco di indole: sulle cose non sto ad ascoltare pareri di sinistra o di destra, mi piace andare sul posto e verificare di persona come stanno le cose, e così ho fatto. 1 anno e 4 giorni dopo l’entrata dei russi in Ucraina sono arrivato lì anche io».
Quali sono stati i primi passi? Conosceva qualcuno?
«Sono arrivato al confine e ho trovato i militari ucraini che andavano in altri paesi Ue per addestrarsi. Ho proseguito in pullman, e sono sceso a Lviv e subito è suonata una sirena antiaerea. Non l’avevo mai sentita prima. Subito ho iniziato a girare i vari uffici di arruolamento che vedevo, ma un po’ per questioni di lingua e un po’ perché ero italiano mi hanno rimbalzato. Dopo tre giorni ho trovato un volontario italiano che mi ha indirizzato verso una tenda della Legione Internazionale, sul confine con la Polonia. Ho vagato per 5 ore senza trovarla, finché ho incontrato un signore ucraino che parlava italiano e che mi ha chiesto cosa ci facessi lì. Quando gli ho spiegato le mie intenzioni mi ha diretto lui verso un suo contatto a Termopil, che mi ha portato all’ufficio reclutamento per stranieri, dove ho iniziato il training. Ho aspettato più di un mese per i documenti, e nell’aprile del 2023 sono finito in un battaglione di sudamericani a Termopil. La Legione Internazionale ha due grandi gruppi: quello inglese e quello spagnolo. Sono finito in quest’ultimo».
Qual è stata la sua prima azione?
«Una volta assegnato in questo battaglione prima di partire per l’est del Paese ho incrociato uno spagnolo che mi aveva chiesto dove fossi destinato. Quando gli ho risposto mi ha abbracciato e mi ha detto “buona suerte”, perché questo era il gruppo che in quel periodo stava avendo più perdite. Siamo andati a fare un’operazione di recupero dei corpi di alcuni soldati. Il bunker in cui stavano era stato bersagliato da colpi di mortaio, e bisognava recuperarli, metterli in sacchi neri e portarli indietro. Le squadre erano di tre persone: due scavavano e uno controllava, con i russi a 200 metri che curavano ogni nostra mossa e ci sparavano addosso. Quell’esperienza è stata traumatica: raccogliere i corpi smembrati dei caduti mi ha provato, non avevo mai visto una cosa del genere. Era tutto surreale: anche gli alberi spezzati dai colpi di artiglieria. Mi sono ritrovato a pregare per i ragazzi che abbiamo tirato fuori dalle macerie».
Che rapporto ha con la fede?
«Prima di partire non praticavo. Ho ricevuto tutti i sacramenti, ma non ci pensavo mai e anzi bestemmiavo spesso. Qui mi sono attaccato tanto a Dio: al monastero di Kharkiv ho preso un crocifisso ortodosso che porto sempre con me. Prego spesso in una chiesa vicina al campo, prima di partire per le missioni e quando torno, per ringraziare di essere sopravvissuto. Mi dà anche molto fastidio sentire gli altri bestemmiare, nonostante prima lo facessi anche io».
Com’è organizzata la vita di tutti i giorni?
«Funziona a rotazione. Si sta alla base, ogni 4 o 5 giorni si sale in posizione (in trincea, ndr) e ci si rimane per quel periodo».
Nel marzo del 2025 è stato, suo malgrado, protagonista di una fake news che la dava per morto: ci racconta com’è successo?
«Ero in ostello con un mio compagno e, guardando le notizie dallo smartphone, gli ho detto di stare attento perché stava parlando con un morto. Davvero un soldato italiano era morto, ma non ero io, era un ragazzo siciliano. A dire il mio nome è stato un ucraino che collabora con i russi, e la notizia era stata rilanciata subito da loro, compresa la Tass (una delle principali – e più discusse – agenzie di stampa russe). I giornali italiani l’hanno rilanciata subito, nessuno ha controllato se fosse vero o meno. Il primo a smentirla fu Claudio Locatelli, un giornalista indipendente che mi conosceva sul campo. Poi mi hanno chiesto dall’Italia di fare dei video selfie in cui mostravo di essere vivo. E’ stato assurdo, tanti amici che non vedevo da anni mi hanno scritto le loro condoglianze dopo aver sentito la notizia».
Cosa le manca di più dell’Italia?
«Ho una figlia di 9 anni, e non vederla crescere è un sacrificio che mi pesa molto, ma è bilanciato dalla consapevolezza dell’aiuto che sto dando al popolo ucraino. Oltre agli affetti, mi mancano dell’Italia la pace, la serenità di tutti i giorni e la prospettiva della costruzione di un futuro. All’est si entra in un circolo nel quale si ragiona solamente giorno per giorno, non ci sono pianificazioni. Dopo 3 anni la spinta c’è ancora, ma è diventato tutto un po’ più difficile. La vita in guerra assume tutto un altro significato, un altro aspetto, e cambia totalmente il modo di vivere. Questa scelta ha rivoluzionato in tutto e per tutto la mia vita, ma se posso sacrificare un anno per permettere a qualcun altro di restare vivo lo faccio volentieri. Mi spendo per la causa ucraina, non sono partito per aggredire nessuno ma solo per difendere. Mi son messo insieme a loro per difenderli, se i russi se ne vanno domani sono il primo a fare i salti di gioia».
Che vita faceva prima di partire? E come vede il suo rientro in Italia?
«Ho lasciato la scuola a 17 anni in 4ª superiore. Non mi andava di far spendere soldi ai miei genitori per farmi andare a Bergamo tutti i giorni. Ho trovato un lavoro subito nell’azienda agricola di un alpeggio in valle, facevamo la stagione con le bestie sui pascoli e facevamo formaggi. A 18 anni ho fatto l’apprendistato come metalmeccanico, e poi ho preso tutte le varie patenti per i mezzi pesanti. A 23 anni ho iniziato a fare l’autista, e ho trovato un lavoro fisso in un’azienda. Sono andato in Ucraina, ho conosciuto le città svuotate e distrutte e l’anno scorso mi sono sposato con una brava ragazza di qui. Dentro di me non considero l’idea di tornare in Italia finché in Ucraina c’è ancora la guerra, finché ho amici e fratelli che combattono sotto le bombe. Un giorno magari quando non servirò più potrò pensare di tornare a casa».
Com’è la vita dei civili?
«Non si vive normalmente là, anche a Kiev le cose sono difficili. I russi aspettano dopo mezzanotte per bombardare le città, così da poter colpire quando le persone sono a letto nelle loro case e fare più danni possibile. Per questo il nostro lavoro è indispensabile, ostacolando gli attacchi russi permettiamo alla gente nelle città di continuare a vivere. Fino a che ci sarà questo pericolo io continuerò la mia opera».