Il report

Gli stipendi migliori? Sono a Milano

Monza Brianza, Torino, Lecco, Varese e Bergamo tra i primi a livello nazionale.

Gli stipendi migliori? Sono a Milano

Il Nordovest guida le classifiche nazionali delle migliori condizioni di lavoro (oltre che del maggior lavoro in termini assoluti). A rilevarlo è una ricerca dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che ha stilato la classifica delle province italiane per quanto riguarda le retribuzioni medie del lavoro (sia annuali che giornaliere) e il numero di giornate retribuite. Milano e la Brianza sono imprendibili al primo e al secondo posto, con 35,6 mila euro di retribuzione annua la prima e 29,5 mila euro la seconda. Seguono Lecco, Torino, Varese e Bergamo tutte sopra i 27 mila euro e nelle prime 10 posizioni della classifica nazionale delle province. Il primo dato che balza all’occhio nell’orizzonte generale tracciato dagli studiosi della Cgia di Mestre è la forte differenza tra il Nord e il Sud della Penisola: la media di giorni lavorati (retribuiti) nelle regioni del Nord nel corso del 2024 si stabilizza a 255, mentre nel Mezzogiorno si ferma a 228: «Una differenza – spiegano gli autori del report – di 27 giornate lavorative, pari a quasi un mese di lavoro in più ogni anno per i lavoratori settentrionali. Ovviamente, anche sul fronte delle retribuzioni il divario è significativo. La paga media giornaliera ha raggiunto 108 euro al Nord, contro gli 80 euro al Sud: il differenziale è stato del 36 per cento a favore dei lavoratori del settentrione. Una distanza che si riflette anche sulla produttività: al Nord è infatti è stata superiore del 36 per cento rispetto al Mezzogiorno. Il quadro evidenzia così uno dei principali squilibri strutturali dell’economia italiana, dove differenze nei giorni lavorati, nelle retribuzioni e nella produttività finiscono per alimentarsi reciprocamente».

Le facili conclusioni sono spesso sbagliate

La conclusione più immediata sarebbe quella di scadere nel cliché – ancora molto diffuso in alcune aree del Paese – che nei territori del Sud ci sia una minore propensione al lavoro, per spiegare la forte differenza territoriale. In realtà le cose sono più complesse di così: c’entrano una maggior diffusione della precarietà, una maggior frequenza al ricorso del part-time involontario e una componente rilevante di lavoro stagionale (legata molto ai settori del turismo e dell’intrattenimento). Oltre a questi 3 fattori ce n’è un quarto, che non è meno rilevante degli altri: la diffusione del lavoro nero che, essendo illegale, sfugge alle statistiche. La sommatoria di queste circostanze porta a concludere che più che una minor propensione al lavoro, nel Meridione ci siano delle condizioni di lavoro più fragili e irregolari che nel resto del Paese.

A miglior produttività corrispondono anche stipendi più sostanziosi

Le aree geografiche dove gli stipendi medi sono più alti sono quelle dove anche la produttività è più elevata. Le regioni più produttive sono Trentino Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta, Lazio ed Emilia Romagna. La cinquina coincide con quella delle regioni con le retribuzioni maggiori, le variazioni sono minime: Lombardia (30.384 euro), Emilia-Romagna (26.377 euro), Piemonte (26.249 euro), Veneto (25.370) e Trentino-Alto Adige (25.244 euro). «Il divario retributivo tra Nord e Sud – spiegano dalla Cgia di Mestre resta significativo e, negli ultimi decenni, è ulteriormente peggiorato. Questo accade perché le multinazionali, le utility, le imprese medio-grandi e le società finanziarie, assicurative e bancarie — che tendenzialmente riconoscono ai propri dipendenti stipendi ben più elevati della media — si concentrano soprattutto nelle aree metropolitane del Centro-Nord. Non solo: in queste realtà la quota di personale con qualifiche apicali (manager, dirigenti, quadri, tecnici, ecc.) sul totale degli occupati è molto alta, e per contratto a queste figure spettano retribuzioni importanti».