L'inchiesta sulle generazioni di impresa

Ponti, una sfida vinta da due secoli

Nove generazioni tra impresa e territorio. Ora alla guida ci sono Giacomo e Lara: «Ho maturato vent’anni di esperienza esterna e poi sono tornata, riconoscendo il valore dell’eredità».

Ponti, una sfida vinta da due secoli

La storia di Ponti affonda le radici nel 1787, quando Giovanni Battista del Ponte inizia a commercializzare aceto a Sizzano, nel Novarese.

Da allora l’attività si tramanda di generazione in generazione, trasformandosi progressivamente da realtà artigianale a impresa industriale. Nell’Ottocento Giovanni Ponti prende le redini dell’azienda di famiglia; nel 1903 il figlio Antonio realizza un nuovo stabilimento e avvia una fase di sviluppo industriale. Nel 1938 Antonio affida l’acetificio al figlio Guido, che amplia l’attività alle conserve vegetali. Nel 1965 entrano in azienda i figli di Guido, Cesare e Franco, protagonisti dell’espansione nazionale e della diversificazione. Nel 2000 arriva la nona generazione con Giacomo Ponti, seguito nel 2010 dalla cugina Lara Ponti.

«Mio cugino è entrato in azienda subito dopo la laurea, io dopo 18 anni di lavoro al di fuori – racconta Lara – e abbiamo ragionato insieme a mio papà e a mio zio sul “come” effettuare il passaggio. E’ stato complesso accettare e lavorare sull’elemento centrale: chi subentra non potrà mai gestire nello stesso modo di chi lascia: sono diversi le formazioni ma anche i contesti nei quali si opera e si elaborano i modelli di gestione stessi. Le necessità del mercato e delle persone che lavorano con te implicano un naturale bisogno di evoluzione». Giacomo e Lara hanno man mano assunto deleghe, fino a raggiungere la piena autonomia nella gestione: «Abbiamo ragionato su cosa e come cambiare. Il passaggio è stato graduale e non lineare né nei tempi né nelle fatiche di chi entra e di chi lascia».

Per Lara Ponti un inserimento in azienda avvenuto per volontà: «Sono stata libera di decidere – precisa – e sono tornata per non disperdere quanto fatto; sentivo finito il mio percorso all’esterno e ho riconosciuto il grande valore dell’eredità, i risultati economici e di marchio, uniti al senso di garantire occupazione e benessere al territorio in cui agiamo. Al momento non ci sono successori certi: i miei figli non hanno intenzione di lavorare in questo campo e i miei nipoti sono ancora troppo piccoli per avanzare ipotesi, però stiamo costruendo le condizioni affinché si possa dare continuità: abbiamo inserito un amministratore delegato e si forniscono gli strumenti per andare avanti».

Il tema della successione all’interno della famiglia è un tema tutto italiano, che affonda le radici in una specifica cultura: «La maggioranza delle imprese italiane ha piccole dimensioni ed è più facile che l’imprenditore si identifichi totalmente con l’impresa e non abbia nemmeno le giuste competenze per optare per un passaggio manageriale. Un terzo delle aziende ha un vertice over 70 ed è un tema centrale di tutta la società italiana (si pensi alla politica o all’università), non solo dell’imprenditoria: si fa fatica a rinnovare e nel contempo non si ha spazio per i giovani che quindi migrano. Il rischio, poi, è quello di non averne più al momento del bisogno. Confindustria, su questo tema, sta lavorando da tempo con campagne di educazione e sensibilizzazione e di sicuro non si potranno vedere i risultati a breve ma auspichiamo si passi dalla consapevolezza della problematica all’azione, superando la lentezza del sistema». Un passaggio ai più giovani significa puntare su modelli di gestione più efficaci.