Le imprese familiari italiane tendono a effettuare il “passaggio di consegne” generazionale più tardi e all’interno della famiglia stessa, rispetto a quelle di Francia e Germania. «Con il nostro Osservatorio – spiega Fabio Quarato, graduated in Administration, Finance and Control all’Università Bocconi di Milano – monitoriamo imprese familiari con un fatturato superiore ai 20 milioni di euro: il titolare di una su 4 ha superato i 70 anni e questo è di sicuro un problema. Vuol dire che se il passaggio avviene in media ai 75 anni, nei prossimi 10, un’impresa su tre dovrà effettuarlo. Se si abbassasse a un tempo più consono (cioè i 70 anni del titolare), vorrebbe dire avere il 50% delle imprese che devono provvedere. Numeri alla mano, dunque, un’accelerazione importante che già dopo il Covid si è vista. Da un lato, un fattore di discontinuità forte, dall’altro la certezza che chi ha compiuto il passaggio, ha performato bene o abbastanza bene. Questo sfata il detto “la prima generazione costruisce, la seconda mantiene e la terza distrugge”. Sul totale, sono maggiori le imprese che proseguono al meglio rispetto a quelle problematiche».
Il processo del passaggio generazionale, però, non comincia poco prima del “pensionamento” del titolare ma ben prima: «Parte in età scolastica – afferma il docente – per trasferire educazione, valori, istruzione, umiltà e permette esperienze all’estero. Un terzo dei passaggi è avvenuto tramite affiancamento tra senior e generazione successiva e ha una durata media di 9 anni. Occorre pianificare e darsi un termine. Questo non vuol dire che il titolare 70enne debba ritirarsi e giocare “solo” a golf ma può ritagliarsi un ruolo diverso, lasciando, però, le cariche apicali a chi ha maggiori energie fisiche e mentali da investire in un percorso di crescita ulteriore. Come Osservatorio constatiamo la relazione negativa tra età del titolare e performance d’azienda: servono capacità e conoscenze sempre aggiornate, soprattutto per quanto riguarda strumenti tecnologici e internazionalizzazione. Noi auspichiamo sempre che il passaggio avvenga in maniera assistita, tramite una figura esterna, per evitare che l’emotività del passaggio tra “padre e figlio” giochi in maniera negativa. Prima la “gavetta” veniva effettuata all’interno dell’impresa, ora i giovani tendono a iniziare al di fuori, anche all’estero. Nel 74-75% dei casi, comunque, la leadership rimane alla famiglia (ma fino a 10 anni fa, però, la percentuale saliva a 84-85), abbiamo solo un quarto di manager esterni alla guida delle aziende. Il segnale che arriva, quindi, è di apertura e crediamo che questo trend continuerà. L’imprenditoria non è un diritto acquisito per nascita e se la generazione successiva ai fondatori preferisce occuparsi d’altro, è meglio che faccia un passo indietro sulla gestione e rimanga magari come azionista, proprio per evitare di “fare danni”. Fino a qualche anno fa, le nuove generazioni sentivano una sorta di obbligo morale nel proseguire, ora un poco meno».
Se lo scenario in Spagna è simile a quello italiano (con imprenditori anziani e passaggi interni alla famiglia), in Francia e in Germania resta l’età elevata ma cambia la questione dei vertici: si ha infatti una forte presenza manageriale; più della metà delle imprese hanno un CEO esterno: «Hanno capito che con qualcuno di estraneo alla famiglia è più facile cambiare se le cose non funzionano mentre con un figlio o un nipote è più complesso».
Un punto a favore dello sviluppo che potrebbe essere compreso anche dalle aziende italiane per dare maggiori chance di sviluppo dopo i passaggi generazionali, che comunque dovrebbero avvenire prima di quanto accada oggi.
L'inchiesta sulle generazioni di impresa
All’estero sono più propensi ad affidarsi a manager esterni
Intervista a Fabio Quarato, graduated in administration, finance and control dell'Università Bocconi di Milano.