di Stefano Ribaldi
Gibilterra è una cittadina un po’ britannica e un po’ spagnola che si sviluppa all’ombra della sua Rocca, tra cortili nascosti, persiane in legno, dettagli vittoriani e georgiani, geometrie arabesche mediterranee. Nelle vie animate del centro ci si rinfresca con un tinto de verano, una bevanda alcolica a base di Cuarentaytres, il liquore più venduto in Spagna. Lontano è l’approdo delle enormi navi industriali, che dal borgo sembrano giocattoli di legno che dondolano leggere. Più in là le spiagge si punteggiano sotto il sole di ombrelloni colorati. Tutto tace in cima alla Rocca dove domina la natura. O quasi tace. Si sente solo il sussurrio di una vegetazione antica. Il profumo violetto del silene che al calar del sole avvolge le falesie. Lo scricchiolio del ginepro fenicio che ondeggia con i venti marini. Le soffici nuvole di fiorellini bianchi e le foglie rossicce dell’Iberis. Gli argentati ulivi selvatici che si annodano negli anni. Siamo nella Riserva Naturale di Gibilterra: l’attraversano una rete di sentieri percorribili a piedi oppure in auto con uno dei tour guidati. La vegetazione ora incornicia i percorsi ma un tempo era probabilmente un bosco, decimato nei secoli dall’abbattimento degli alberi e dal pascolo delle capre. Nell’Ottocento la macchia mediterranea tornò a popolare la parte alta della Rocca. Nel 1993, l’area fu dichiarata riserva naturale protetta.
Nel cuore della Riserva troviamo la Grotta di San Michele, stalagmiti e stalattiti plasmate dall’acqua piovana adornano immense volte calcaree e proiezioni colorate danzano sulle pareti formando giochi e figure. In una delle sue cavità ci appare la raffigurazione di Michele: l’arcangelo non è una statua scolpita o un dipinto d’arte sacra realizzato dall’uomo, ma una straordinaria formazione geologica naturale con ali di roccia, terrificante e divino come il capo degli eserciti celesti. Per molto tempo si è creduto che la grotta di San Michele non avesse fondo. Questo probabilmente ha dato origine alla storia che la Rocca di Gibilterra fosse collegata all’Africa da un passaggio sotterraneo. Si diceva che i famosi macachi, le bertucce simbolo di Gibilterra, fossero arrivate attraverso questo passaggio sotterraneo. Nelle ultime ore di luce il falco pellegrino è intento a cacciare, esibendosi in acrobazie governate da quella fisica precisa che detta le cose della natura. Lo Stretto è luogo di passaggio anche per ali più gentili: ogni anno, tra la fine dell’estate e l’autunno, centinaia di libellule migratrici sostano sul promontorio durante il loro viaggio verso l’Africa.
Gibilterra e il suo stretto vegliano anche sul viaggio di oltre 300 specie di uccelli migratori e miliardi di insetti. La vegetazione della Rocca, unica nel sud della penisola iberica, offre un riparo dove sostare, riposare e nutrirsi prima di ripartire: chi verso il deserto africano, chi verso le terre lontane della Groenlandia e della Russia. Per questo Gibilterra oggi come al tempo di Ulisse rappresenta l’inizio e la fine di ogni esplorazione: sospesa tra due mari e due continenti, una roccia che non divide il mondo, ma da secoli lo guarda mentre si incontra.