Calcio

Serie A: la normalità non è sostenibile, e il campionato resta con i bilanci in rosso

Mentre i club italiani vendono sempre di più e sempre meglio, allo stesso tempo spendono cifre ancora maggiori, soprattutto in stipendi.

Serie A: la normalità non è sostenibile, e il campionato resta con i bilanci in rosso

di Federico Bertone

La Serie A continua a perdere soldi. E non basta nemmeno un record storico di plusvalenze per rimettere in equilibrio i conti. Perché, mentre i club italiani vendono sempre di più e sempre meglio, allo stesso tempo spendono cifre ancora maggiori, soprattutto in stipendi. Il risultato è un campionato che resta strutturalmente in rosso, anche con stadi pieni e l’era Covid ormai alle spalle. Il conto economico aggregato della stagione 2024-‘25 registra una perdita complessiva di 360 milioni di euro, dato che conferma come la normalità, per il calcio italiano, non coincida con la sostenibilità. Dopo i deficit-monstre del periodo pandemico (2,8 miliardi bruciati nel triennio 2019-‘22), la Serie A non ha davvero invertito la rotta, anzi negli ultimi tre anni ha polverizzato altri 1,14 miliardi. E questo nonostante la ripresa del pubblico, la crescita di alcune realtà virtuose e un mercato giocatori che, in termini di capacità di monetizzare, non era mai stato così “produttivo”. Il dato più vistoso della stagione è proprio quello delle cessioni: il player trading ha generato 844 milioni di plusvalenze nette, al netto delle minusvalenze. Un primato assoluto. Un balzo di oltre 200 milioni rispetto al 2023-‘24 (627 milioni) e un record che supera persino quello del 2001-‘02, quando le sopravvalutazioni dei cartellini costrinsero il Governo a intervenire con la legge “spalma-ammortamenti”. In altre parole, la Serie A ha raggiunto il massimo storico nel vendere giocatori. Ma qui sta il punto: il calcio italiano sta assumendo sempre più il ruolo di “campionato-vetrina” per talenti da valorizzare e rivendere. Non è necessariamente un male, e alcuni esempi raccontano anche cicli sportivi costruiti con intelligenza: il Napoli con 103 milioni di plusvalenze, l’Atalanta con 101, il Bologna con 77. Il problema è che questo modello, quando diventa indispensabile per sopravvivere, rende fragile qualsiasi programmazione e finisce per ridurre la competitività. Soprattutto perché, mentre aumentano le entrate straordinarie dalle cessioni, il record vero, quello che pesa sul bilancio, riguarda gli stipendi. Per la prima volta la spesa per il personale (tesserati e non) ha praticamente sfiorato la soglia psicologica dei 2 miliardi: 1.992 milioni nel 2024-‘25. Il problema di fondo resta quindi invariato: la Serie A continua ad avere costi troppo alti rispetto alle entrate. Nel 2024-‘25 i ricavi, al netto delle plusvalenze, sono stati pari a 3,2 miliardi. Un fatturato che cresce, ma lentamente, in una fase di sostanziale “stanca” strutturale. Il confronto con il passato spiega bene la trasformazione del sistema: nel 2014-‘15 i ricavi “puri” erano 1,6 miliardi, poi saliti a 2,4 nel 2018-‘19, prima del Covid. Da allora, però, la crescita si è rallentata, mentre i costi hanno continuato a salire, rendendo il margine sempre più sottile. E finché il campionato resterà dipendente dalle plusvalenze e da proprietà costrette a ripianare perdite, il rosso non sarà un’eccezione. Sarà la regola.