Calcio

Mancini 2.0: obiettivo Mondiale

In Francia di fronte a un avversario molto forte gli azzurri sono stati compatti.

Mancini 2.0: obiettivo Mondiale

di Michele Borrelli

Con le quattro partite contro Turchia, Belgio e Francia è iniziato il Mancini-bis. Dopo i cambiamenti in federazione dell’estate scorsa, in seguito alla terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali, abbiamo assistito anche negli ultimi giorni a tristi teatrini tipicamente italici, che hanno portato Malagò a diventare il commissario di una FIGC di cui lui stesso era stato eletto presidente. Primo obiettivo: nuove elezioni, in cui molto probabilmente sarà Malagò stesso a diventare presidente per la seconda volta in sei mesi. Una puntata raccapricciante di una telenovela che il nuovo commissario ha definito una scelta di «buon senso».
In questo scenario è iniziato il lavoro sul campo di Roberto Mancini. Nella prima partita con il Belgio, davanti a uno stadio Olimpico che presentava larghi vuoti, l’Italia ha avuto un pessimo approccio, è sembrata impaurita e in balia degli avversari. Ma già nel secondo tempo e soprattutto nella seconda partita, in Turchia, gli Azzurri hanno mostrato un calcio piacevole frutto di qualche cambio e del lavoro del CT sulla testa dei giocatori. Nella terza partita, in Francia, contro un avversario molto forte, l’Italia di Mancini è parsa nuovamente «squadra», ha saputo restare compatta nei momenti difficili e non ha mai rinunciato a ripartire quando aveva il pallone. Infine nella quarta partita, nonostante nove cambi, è riuscita a vincere senza grandi problemi, anche se ha inevitabilmente mostrato meno fluidità nel gioco.
«Mancini ci ha trasmesso serenità», questo il messaggio della maggior parte dei giocatori, ben trentaquattro convocati, di cui nove per la prima volta. Il nuovo “vecchio” CT ha sempre proposto in carriera un calcio propositivo ed è quello che ha iniziato a trasmettere anche stavolta. Non si può però negare che la qualità di Spagna, Francia, Inghilterra e Portogallo resti in questo momento superiore a quella a disposizione di Mancini, che ha l’arduo compito di seminare per il prossimo futuro e di riportare l’Italia ai Mondiali dopo sedici lunghi anni. La strada intrapresa sembra quella giusta e i giovani con ampi margini di crescita ci sono, Mancini è sempre stato bravo a individuare il talento. Proviamo a capire ruolo per ruolo su quali basi può lavorare in vista dell’Europeo del 2028 e dei Mondiali del 2030.
In porta c’è il fuoriclasse del gruppo, forse l’unico: Donnarumma. Buone anche le alternative: Carnesecchi e Vicario su tutti. Ottime risorse tra gli esterni di difesa, da Kayode e Palestra a destra fino a Calafiori, Dimarco e Ruggeri a sinistra. Tra i centrali c’è meno abbondanza: si riparte da Bastoni, Scalvini e Mancini, aspettando anche Leoni dopo il grave infortunio.
A centrocampo ci sono Barella e Tonali, Frattesi e tanti giovani promettenti: Romano, Doumbia, gli Under 21 Pisilli e Ndour, senza dimenticare Fagioli, che Mancini vede più da mezzala. Proprio nel ruolo di regista, per ora affidato a Tonali, servirebbe che dal campionato emergesse un giocatore di qualità nei prossimi mesi.
In attacco Pio Esposito, Kean e Scamacca sembrano i tre designati per fare la punta centrale, ma nel 4-3-3 scelto da Mancini è sugli esterni che c’è il maggior margine di crescita di questa Nazionale. Ed è lì che c’è il grande divario con le migliori squadre del mondo. Oggi Zaniolo e Vergara sono le opzioni a destra, Cambiaghi, Sebastiano Esposito e Maldini a sinistra, sperando che i vari Koleosho, Cisse e Inacio continuino la loro crescita.
Di solito nel calcio si parte da una struttura societaria (in questo caso federazione e il famoso Club Italia), per poi arrivare al campo e allo staff tecnico. Nel nostro caso sembra proprio il contrario: in qualche modo la nuova strada intrapresa da Mancini sembra tracciata, mentre sopra di lui regna ancora quel triste mondo antico che fa fatica ad evolversi e a proiettarsi nel futuro con decisioni e riforme strutturali invocate finora a parole da tutti da due decenni, ma di cui si aspetta ancora la luce.