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La sfida tra giochisti e risultatisti nel mondo del calcio è uno dei dibattiti più frequenti

Oggi più che mai, questa distinzione racconta meno una scelta ideologica e più il modo in cui ciascun tecnico prova a sopravvivere dentro un sistema sempre più esigente.

La sfida tra giochisti e risultatisti nel mondo del calcio è uno dei dibattiti più frequenti

di Paolo Vincenzo Marcello

Nel calcio contemporaneo la contrapposizione tra giochisti e risultatisti continua a essere uno dei dibattiti più frequenti, quasi una scorciatoia narrativa per interpretare allenatori e squadre. È una discussione che affascina perché promette chiarezza, ma che finisce spesso per semplificare una realtà molto più sfumata. Oggi più che mai, questa distinzione racconta meno una scelta ideologica e più il modo in cui ciascun tecnico prova a sopravvivere dentro un sistema sempre più esigente.
Il “giochista” viene associato a un’idea riconoscibile di calcio, a una squadra che si esprime attraverso il pallone. In questo senso, l’esperienza del Como di Cesc Fàbregas è emblematica: una proposta di gioco ambiziosa, coerente, che non rinuncia ai propri principi anche quando il contesto suggerirebbe prudenza. È un calcio che rivendica il diritto di esistere attraverso l’identità, prima ancora che attraverso la classifica. Ma proprio per questo espone a un giudizio continuo, spesso più severo, perché l’estetica crea aspettative.
All’estremo opposto della narrazione troviamo il “risultatista”, figura spesso identificata con allenatori come Massimiliano Allegri o José Mourinho. Tecnici che hanno più volte rivendicato la centralità della vittoria, arrivando a considerare il gioco come una conseguenza, non come una premessa. Mourinho lo ha detto in varie forme nel corso degli anni: “Chi vince scrive la storia”. Un’affermazione che non nega il gioco, ma lo subordina all’efficacia. Il suo calcio, come quello di Allegri, nasce dall’idea che la partita vada letta, gestita, talvolta persino “sporcata” per portarla dove conviene.
Eppure, anche questa distinzione regge fino a un certo punto. Perché nessun allenatore, oggi, può davvero prescindere da un’organizzazione di gioco. Persino il calcio più pragmatico richiede principi, automatismi, strutture difensive e offensive. Allo stesso modo, il calcio più ambizioso dal punto di vista estetico non può permettersi di ignorare il risultato. Senza punti, senza continuità, anche l’idea più affascinante rischia di diventare fragile.
Il caso di Pep Guardiola è forse il punto di incontro più evidente tra le due visioni. Spesso considerato l’emblema del giochismo, Guardiola ha in realtà costruito un calcio profondamente orientato al risultato. Il suo possesso palla non è fine a sé stesso, ma uno strumento di controllo, una forma di difesa preventiva. Come ha più volte sottolineato, tenere il pallone significa ridurre il caos. Non estetica, ma gestione del rischio.
La vera frattura, allora, non è tra chi gioca bene e chi vince, ma tra chi ha un’idea — qualunque essa sia — e chi la applica senza adattarla al contesto. Il calcio moderno non premia i dogmi, ma la capacità di modulare i principi, di leggere i momenti, di cambiare senza rinnegarsi. In questo spazio intermedio, dove il gioco serve al risultato e il risultato legittima il gioco, si muove il calcio di oggi. E forse è proprio lì che il dibattito tra giochisti e risultatisti smette di essere uno scontro e diventa una chiave di lettura più matura del presente.