Champions

La forma del calcio sta cambiando: meglio il bel gioco o il risultato?

Siamo davanti a una nuova sintesi: un calcio che non rinnega l’organizzazione, ma la orienta verso l’aggressione, la verticalità, la creatività. Chi non lo accetta rischia di restare indietro.

La forma del calcio sta cambiando: meglio il bel gioco o il risultato?

di Francesco Bonfanti*

Il tema torna sempre d’attualità in maniera prepotente: meglio il gioco o il risultato? Una domanda che nasce spontanea dopo esserci confrontati con lo squallido 0-0 tra Milan e Juventus e le emozioni senza senso di Psg-Bayern Monaco 5-4, una gara destinata a entrare nella storia della competizione.

L’allenatore della Juventus Luciano Spalletti è stato chiaro, prendendo una posizione netta:

«In Europa chi punta sulla sicurezza non viene premiato. La Champions premia chi crea lo scompiglio e non chi lo evita, l’intenzione è sempre quella di rompere l’equilibrio con le giocate dei singoli. Il calcio va in questa direzione, non paga solamente mantenere un ritmo basso e mantenere un ordine. In questo senso la partita col Milan di San Siro non mi ha soddisfatto: giocare quel tipo di partite rimpicciolisce un po’. Porti a casa il risultato, ma non prendere posizione non mi piace. Ci siamo adattati alle regole del Milan e non va bene. In Champions League c’è un livello differente».

Le parole di Spalletti si inseriscono in un dibattito antico quanto il calcio moderno: quello tra “giochisti” e “risultatisti”. Ma alla luce di un match come Psg-Bayern, più che una semplice contrapposizione ideologica sembra emergere un possibile punto di svolta nell’interpretazione del calcio europeo.

Per anni il risultatismo ha rappresentato una forma di estremo realismo: controllo dei ritmi, minimizzazione del rischio, attenzione ossessiva agli equilibri. Un approccio che, soprattutto nelle competizioni a eliminazione diretta, ha spesso pagato. Tuttavia, il calcio contemporaneo – atleticamente più intenso, tecnicamente più elevato, mediaticamente più esigente – sembra premiare sempre di più chi accetta il caos come parte integrante del gioco.

Il 5-4 tra Psg e Bayern non è stato solo uno spettacolo per gli occhi, ma una manifestazione concreta di questa tendenza. Due squadre disposte a scoprirsi, a concedere e a colpire, senza rifugiarsi nella prudenza. Non si è trattato di disorganizzazione, bensì di una diversa idea di ordine: un ordine dinamico, che accetta l’imprevisto e lo trasforma in opportunità.

È qui che le parole di Spalletti trovano forza, perché “Rompere l’equilibrio” non significa rinunciare all’organizzazione di gioco, ma piegarla a un’intenzione offensiva costante. Il riferimento critico alla gara di San Siro contro il Milan evidenzia proprio questo: adattarsi all’avversario fino a neutralizzarsi può portare al risultato, ma rischia di limitare il potenziale.

L’esatto opposto del pensiero di Allegri, per il quale “l’obiettivo” (nel suo caso la qualificazione alla prossima Champions) viene prima di tutto, anche a costo di esibire un calcio lento, noioso e speculativo, quello in cui basta fare un gol per poi chiudersi e difendere il vantaggio. Il suo famoso “corto muso”, filosofia di gioco che sembra sempre più distante dall’idea di calcio moderno che ammiriamo in Europa.

Siamo davanti a una nuova sintesi: un calcio che non rinnega l’organizzazione, ma la orienta verso l’aggressione, la verticalità, la creatività. Chi non lo accetta rischia di restare indietro.