Il personaggio

Due secondi in volo per il podio: l’intervista al campione di tuffi Giorgio Cagnotto

«Bisogna avvicinarsi a questa disciplina per passione e per il gusto del gesto atletico senza il fine di diventare un “fenomeno”. Se si hanno le caratteristiche fisiche e ci si allena, i risultati arrivano».

Due secondi in volo per il podio: l’intervista al campione di tuffi Giorgio Cagnotto

Uno dei migliori tuffatori di sempre e poi commissario tecnico della nazionale e coordinatore tecnico della nazionale di tuffi: Giorgio Cagnotto è nato a Torino nel 1947 e ha cominciato a vincere alle Olimpiadi a 17 anni.

Come si è avvicinato all’acqua, alla vasca e ai tuffi?

«Da ragazzino, grazie a mio zio Lino Quattrin, trascorrevo le mie vacanze estive nella piscina comunale scoperta, con gli amici, scimmiottando i più grandi con i tuffi. Ho pian piano iniziato con le prime gare di categoria: allora si andava più a rilento con il percorso agonistico, ora si bruciano le tappe. Così nel ‘64 ho vinto i Campionati Italiani e ho strappato il biglietto per le Olimpiadi di Tokyo».

Non ha mai pensato a un altro sport?

«Oh, sì. Giocavo a calcio ed ero veloce. Mi avevano selezionato per un provino con il Torino. Quando ho scelto i tuffi, mio padre era un po’ deluso, ma i miei genitori non mi hanno mai vietato nulla e mi hanno sempre sostenuto. Mi sapevano in piscina, andavo e tornavo con il tram, non c’erano pericoli, era un bell’ambiente, uno sport sano».

Quando ha capito che i tuffi sarebbero diventati la sua vita? Aveva un piano b?

«Nessun piano b. A 17 anni ero alle Olimpiadi, ma la passione mi era già entrata nel sangue due anni prima. La mia vita è rimasta scandita a quadrienni, da un’Olimpiade all’altra. Anche nei momenti no, anche quando eravamo io e Klaus Dibiasi contro il resto del mondo, non ho mai pensato di smettere. Le sconfitte ti aiutano a crescere».

Cosa significa tuffarsi?

«Significa avere la sensazione di volare, ma si vola per meno di due secondi e in quel tempo si compiono movimenti fatti di evoluzioni e di tecnica, di padronanza del proprio corpo».

Cosa si prova sul trampolino, nell’attimo prima di librarsi nel vuoto?

«In allenamento, per un tuffo “nuovo”, si prova l’iniziale paura di farsi male per una “schienata” o “panzata”. E poi aumenta il coefficiente di difficoltà. Ricordo ancora quando nel salto mortale con due avvitamenti, sperimentai il triplo avvitamento… In gara, quando il tuffo è collaudato, si ha la paura di sbagliare, di giocarsi mesi e anni di lavoro in pochi secondi. Vi è poi la tensione e l’attenzione e la concentrazione per poter realizzare il tuffo nel miglior modo possibile. Il rischio c’è sempre, come in ogni sport, e per questo occorre prestare attenzione ai dettagli, non lasciare alcunché al caso, essere presenti e lucidi».

Qual era la sua routine di allenamento?

«Quando mi allenavo io era tutto diverso: una dimensione più umana dove emergeva la bravura, ma anche dove non vi era attenzione alla preparazione atletica, all’alimentazione o all’aspetto psicologico. Si andava in piscina e ci si tuffava. Prima dell’Olimpiade Messico ‘68, si stava in acqua da mattina a sera, con circa 120 tuffi al giorno. Ora in un tuffatore si allenano tutti i dettagli di quella che deve essere una macchina perfetta: il corpo quindi si potenzia per velocità, flessibilità, forza. Importante anche la cura della mente. Se ai nostri tempi l’idea di andare da uno psicologo ti faceva prendere per matto, ora lavorare con un mental coach è un aiuto fondamentale. Penso a mia figlia Tania, dopo la medaglie di legno di Londra (quarta dal trampolino dei tre metri per appena 20 centesimi: ndr) e a quanto sia stato importante avere un sostegno di quel tipo».

Aveva dei “riti” prima di una gara?

«Per un certo periodo ho indossato un particolare costume nelle finali, perché avevo vinto una prima finale importante con quello. Agli Europei mi accorsi di averlo dimenticato e all’inizio mi sembrò una tragedia. Vinsi lo stesso e capii che forza e debolezza sono le tue: la scaramanzia non serve».

Oggi come si “tiene in forma”?

«Vivendo a Bolzano vado a sciare due volte alla settimana, con gli amici. Vado con calma, si beve qualcosa, si mangiucchia e poi si torna a casa. D’estate bici e mountain bike sui tanti bellissimi percorsi, evitando la strada per paura di essere investito. D’estate vado al mare, un tuffo magari dalla barca, una bella nuotata con maschera per vedere cosa c’è sotto. Con Klaus ho praticato pesca subacquea, si andava in Sardegna. So che il nuoto fa bene da quando nasci a quando muori, ma in vasca non entro più: ho respirato troppo cloro. Con l’acqua dolce il mio massimo è farmi la doccia!».

L’incontro più importante della sua vita?

«Due le persone fondamentali: mio zio che mi ha portato in piscina e mi ha avviato all’allenamento nei tuffi e Horst Gorlitz che per 8 anni allenò la nazionale italiana. Arrivava dalla Germania Orientale, si affidava alla biomeccanica e mi insegnò molto. Quando nel ‘68 lasciò, mi sentii spaesato e senza guida tecnica».

Il complimento che le fece più piacere?

«Ero in Russia, allora CCCP, e mi premiarono come il tuffatore più elegante. Dovevamo eseguire tuffi obbligatori come biglietto da visita: i russi erano forti, eppure riconobbero il mio stile».

Quale la medaglia per lei più significativa?

«Nel ‘70 a Barcellona vinsi con un ultimo tuffo spettacolare e poi le medaglie olimpiche di Monaco ‘72: un argento e un bronzo inaspettato dalla piattaforma. D’altra parte, in questo sport, vince chi sbaglia di meno».

Smettere è stato difficile?

«No. Lo avevo già fatto con Klaus nel ’76. Poi a Frossasco aprirono una piscina meravigliosa, Il veliero, con vasca separata per i tuffi e mi chiamarono a dirigerla. Gli affari non andarono bene per il costo alle stelle dell’energia, ma avevo ripreso ad allenarmi: tentai la Coppa Europea e la vinsi dai 3 metri e così decisi di proseguire fino all’80. Durante lo stop mi tenni in forma con lo squash».

Ha rimpianti?

«Se guardo indietro mi reputo molto fortunato e rifarei tutto. Sto bene, vivo in una bella città, mi sento appagato e so accontentarmi. A Monaco al mattino avevo l’oro in tasca e al pomeriggio l’ho perso per un errore: non è un rimpianto. Fa parte della vita».

Mi regala un flash sulle sue Olimpiadi?

«Tokyo ‘64 è stato un salto nel futuro: noi viaggiavamo con le valigie di cartone e sui treni con sedili in legno, loro proponevano alta tecnologia e impianti grandiosi; Messico ‘68 l’Olimpiade più allegra e festaiola, con tanti amici e persone diverse. Monaco ‘72 la fine delle Olimpiadi a causa dell’attentato: dopo è cambiato tutto, con i controlli. Montreal ‘76 la prima con un approccio diverso, Mosca ‘80 la più grigia».

E queste Olimpiadi invernali Milano-Cortina?

«Sarà un fiore all’occhiello per l’Italia anche se il frammentarla in luoghi diversi rischia di renderla dispersiva. L’atmosfera però è bella».

Avranno mai la risonanza del calcio?

«No. Siamo legati ai numeri e numeri significano denaro. Gli sport “minori” hanno gare importanti circa ogni sei mesi e nelle pause si cade nell’ombra: non possono muovere quei numeri e di conseguenza monetizzare».

La sua è stata una lunga carriera, come è cambiato il mondo dei tuffi in 20 anni?

«Ora si prende un aereo, si arriva in hotel, si disputa la gara e si torna a casa. Ai miei tempi si poteva anche guardarsi attorno anche se non si era in luoghi di vacanza, come la Cecoslovacchia degli anni Settanta; comunque si approfondivano aspetti di conoscenza culturale. Con mia figlia ho cercato di recuperare, per quanto possibile, quell’aspetto. E poi, ora, dobbiamo “combattere” contro i cinesi che hanno impianti stratosferici e bambini piccoli super allenati: per i risultati che loro raggiungono in un anno, da noi ce ne vogliono quattro».

Quali differenze da atleta ad allenatore?

«Da atleta sei spensierato: completi l’allenamento, mangi, dormi e dai il meglio in gara. Come allenatore sei più passivo perché dipendi dal tuo atleta: preghi che sia la giornata giusta, speri che tutto vada bene e pensi e studi sempre il passo successivo. Sei responsabile ma nello steso tempo impotente. A Rio, con Tania, ero seduto sotto il trampolino e lei doveva realizzare il capolavoro che sarebbe stato una sorta di coronamento di due carriere, la sua e la mia. Ecco, lei ci è riuscita. Ma nel momento del tuffo io non potevo più intervenire per cambiare qualcosa».

Più papà o più allenatore con Tania?

«Quando la vedevo stanca e le dicevo di riposare, lei protestava, perché in quel momento prevaleva il lato paterno e lei pretendeva l’allenatore. Londra è stata una “mazzata” per tutta la famiglia: per Tania che soffriva per lei e per me come mia moglie, io che stavo male per lei… Mia moglie (Carmen Casteiner, campionessa italiana di tuffi negli anni ‘70: ndr) ha dovuto sopportare anche la casa svuotata, le valigie da disfare e ripreparare. Eravamo una squadra. Mia moglie è stata il pilastro della famiglia e ha compiuto parecchi sacrifici».

Le sue nipoti seguiranno le orme di nonno e mamma?

«Sono sportive, sempre in movimento, appassionate per altri sport. Non vedo delle tuffatrici ma l’importante è avere degli obiettivi nella vita. Io faccio il nonno: stiamo insieme, andiamo a sciare, le porto dove serve. Sono una boa dove possono appoggiarsi».

Si sente ancora piemontese?

«La mie radici sono torinesi, non vi è dubbio. Ho sempre pensato che mi sarei fermato a Roma o Genova o Bolzano. Ho conosciuto mia moglie, mi ha “messo il collare”, e da 40 anni vivo a Bolzano».

Consigli per un giovane tuffatore?

«Bisogna avvicinarsi a questa disciplina per passione e per il gusto del gesto atletico senza il fine di diventare un “fenomeno”. Se si hanno le caratteristiche fisiche e ci si allena, i risultati arrivano».

Vede degli eredi?

«Un gruppo di 7-8 ragazzi e 3-4 ragazze molto promettenti che possono darci soddisfazioni nelle prossime Olimpiadi».

Il suo sogno?

«Conservare la salute e continuare a vivere come sto vivendo».