Calcio

Allegri, la storia di un tramonto

Il ritorno del tecnico al Milan doveva rimettere ordine, ma non è andata così.

Allegri, la storia di un tramonto

di Paolo Vincenzo Marcello

Il ritorno dell’uomo esperto, del gestore, del pragmatismo. Massimiliano Allegri al Milan era stato raccontato così: come l’allenatore capace di rimettere ordine nel caos. È finita invece con San Siro che fischia, una qualificazione Champions buttata via clamorosamente e un progetto tecnico imploso sotto il peso di un’idea di calcio vecchia, rinunciataria e ormai incompatibile con il calcio moderno. La stagione rossonera è stata il manifesto definitivo del tramonto «allegriano».
Per mesi il Milan ha galleggiato grazie ai singoli, agli episodi e a quel famoso “corto muso” che in passato aveva garantito risultati. Ma nel 2026 il calcio europeo non aspetta più nessuno: intensità, organizzazione offensiva, pressing, coraggio e identità sono diventati requisiti minimi. Allegri invece ha continuato a proporre un calcio speculativo, passivo, costruito sulla paura di perdere più che sulla voglia di vincere.
E quando i risultati smettono di arrivare, il castello crolla. Perché il problema del calcio di Allegri è esattamente questo: se togli il risultato, non resta niente. Nessuna identità, nessuna crescita, nessuna idea evoluta di gioco. Solo una squadra lenta, prevedibile, incapace di dominare gli avversari e spesso perfino incapace di creare occasioni contro squadre nettamente inferiori. Nel secondo tempo contro un Cagliari avaro di stimoli, quando al Milan sarebbe bastato pareggiare per approdare tra le prime quattro, Caprile, portiere dei sardi, non si è dovuto immolare a una singola parata.
Ed è qui che cade definitivamente anche la narrazione sull’“allenatore vincente”. O perlomeno sì, vincente, ma solo quando è stato praticamente impossibile non esserlo. Perché la carriera di Allegri racconta una verità che molti hanno evitato di vedere: senza rose superiori alle concorrenti, il tecnico livornese non ha mai realmente elevato una squadra.
Ha vinto con il Milan di Ibrahimovic, Thiago Silva, Nesta e Pirlo. Ha dominato con una Juventus infinitamente più forte del campionato italiano. Ma quando il livello si è alzato davvero, in Europa o in contesti da ricostruire, il suo calcio ha mostrato tutti i suoi limiti.
Il Milan di quest’anno è stato l’esempio lampante: una squadra con talento offensivo costretta a giocare con il freno a mano tirato. Leao, che negli anni aveva dato il meglio sull’esterno, ha perso smalto e certezze schiacciato nell’imbuto da centravanti, un centrocampo schiacciato rinfrancato solo da qualche folata di Rabiot, una costruzione lenta, ritmi anestetizzanti, una gestione ossessiva degli equilibri. Un calcio che sembra arrivare direttamente da almeno quindici anni fa. Oggi persino squadre di medio livello in Europa cercano di imporre il proprio gioco; il Milan di Allegri invece aspettava, subiva e sperava nell’episodio.
Molti difensori del tecnico parlano ancora di “solidità”, ma i numeri del finale di stagione hanno demolito anche questa narrativa. La palma della migliore difesa del campionato se l’è assicurata il Como del “giochista” Fabregas. Al Milan invece la difesa si è sfaldata inequivocabilmente. Il “corto muso” ha smesso di funzionare perché il calcio contemporaneo corre a una velocità diversa. Se non produci gioco, prima o poi vieni travolto.
La sensazione è che Allegri sia rimasto prigioniero del personaggio che lo aveva reso vincente dieci anni fa. Ma nel frattempo il calcio è cambiato. Oggi vincono gli allenatori che costruiscono sistemi, valorizzano il collettivo, aggrediscono le partite. Allegri invece continua a interpretare questo sport come amministrazione della paura: difendersi bassi, abbassare i ritmi, minimizzare il rischio. Una speculazione che spesso è stata introdotta, da chi Allegri l’ha sempre difeso, come una sorta di “genialità”. Una filosofia che può forse sopravvivere per qualche mese, ma che nel lungo periodo finisce inevitabilmente per implodere.
E allora il fallimento al Milan pesa ancora di più. Perché non è solo il flop di una stagione: è la certificazione definitiva che un certo tipo di calcio appartiene ormai al passato. Un passato lontano, quasi preistorico.