Economia

Pil a Varese previsioni da record per il 2026

L'analisi dell'Ufficio Studi della Cgia di Mestre.

Pil a Varese previsioni da record per il 2026

Nella provincia varesina le previsioni per il Pil dell’anno appena iniziato sono un vero e proprio record nel report della Cgia di Mestre.

Previsioni record del Pil per la provincia di Varese

E’ la provincia di Varese quella con la migliore previsione di crescita del Pil per l’anno appena incominciato. A stabilirlo è un report realizzato dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, che ha studiato l’andamento delle regioni e dei territori italiani degli ultimi 6 anni, stabilendo delle previsioni per i prossimi 12 mesi. Alla base del risultato, che a livello nazionale prevede una crescita del 0,7% rispetto al 2025 (a Varese il dato raggiunge l’1%), ci sono la ripresa dell’export (1%), la stabilità dei consumi delle famiglie (0,6%) e dei consumi della Pubblica Amministrazione (0,5%). Rallentano invece gli investimenti (previsti allo 0,7% rispetto al 2,4% dell’anno appena concluso).

Milano e la Svizzera due fattori fondamentali per il primo posto di Varese

Per la situazione della provincia di Varese influisce molto la vicinanza di Milano e della Svizzera, con le quali le imprese varesine tessono scambi commerciali e importanti relazioni da sempre:

«La combinazione tra un forte export, la diversificazione dei mercati esteri, la specializzazione manifatturiera e il contesto lombardo rende il Varesotto particolarmente attrezzato a sostenere un ritmo dell’economia più rapido rispetto alle altre province italiane».

Per il resto dalla classifica dei territori torna a emergere un divario tra il Nord e il Sud del Paese. Si conferma determinante, inoltre, la via Emilia per la crescita economica delle aree attraversate dalla storica strada:

«Nelle prime 15 posizioni a livello nazionale – così si legge nel report – ben 6 sono occupate dalle province che sono ubicate lungo questa importantissima arteria stradale».

Una buona notizia per il Nordovest, ma a livello generale le cose non sono così positive

Se la mera consultazione della classifica il risultato che emerge è buonissimo per il Nordovest, a livello generale si parla ancora di stagnazione per l’economia nazionale. Quella di Varese è la prima delle province per previsione di sviluppo del Pil, con Biella al 4° posto e Torino al 10°, ma spostando il punto di osservazione su un orizzonte più ampio la questione rimane preoccupante:

«Il nostro Paese – così da Cgia – così come Francia e Germania continua a manifestare difficoltà nel consolidare una crescita strutturale, prospettando così un ulteriore anno di stagnazione economica che auspichiamo possa essere l’ultimo».

Per gli studiosi di Mestre il nocciolo del problema non è da cercarsi tanto nelle congiunture, quanto nella mancanza di propulsione del Paese per spingere la crescita economica:

«Al netto degli anni del Covid (2020-2022), da oltre 20 anni la crescita italiana rimane sistematicamente inferiore alla media europea, segnalando debolezze profonde sul lato della produttività, dell’efficienza della Pubblica Amministrazione e del capitale umano».

Il tema della guerra incide molto sulla crescita dei territori

Non è un mistero che i fronti di guerra siano un freno per le economie internazionali, per l’incertezza che determinano nei vari Stati. Per questo il report dell’Ufficio Studi della Cgia affronta la questione direttamente:

«Se la guerra tra Russia e Ucraina dovesse terminare a breve e la crisi mediorientale trovasse una soluzione di pace duratura si aprirebbe una fase nuova per l’economia globale – scrivono gli esperti – con ricadute potenzialmente positive anche per l’Italia. Non si tratterebbe soltanto di un beneficio geopolitico, ma di un cambiamento delle condizioni macroeconomiche che oggi pesano su crescita, inflazione e finanza pubblica».

La migliore situazione possibile comprenderebbe anche un taglio alla burocrazia e al fisco

Oltre la fine dei conflitti, per riconquistare la fiducia degli investitori l’Italia avrebbe bisogno di rivedere drasticamente burocrazia e fisco. E’ una regola economica, quella che i capitali tendano a rifugiarsi in asset difensivi nei momenti di crisi: senza barricate si potrebbe tornare a investire in produzione, infrastrutture e innovazione.

«Per l’Italia sarebbe un’occasione cruciale per rafforzare crescita e occupazione, a condizione di saper accompagnare il contesto favorevole con riforme e politiche industriali coerenti. Riducendo, in particolar modo, il peso della burocrazia e del fisco sulle imprese».