Dal 2018 al 2023 i territori del Nordovest hanno perso l’11,3% dei negozi di vendita al dettaglio di merce specializzata. Per intendersi subito: negozi specializzati significa edicole o librerie, negozi di giocattoli e negozi di articoli musicali, per fare due esempi tra i più immediati. A rilevarlo è un’indagine di Confcommercio che, per la prima volta, ha voluto osservare l’evoluzione del commercio al dettaglio in un dato periodo temporale.
Nelle nostre regioni il totale del commercio fisico al dettaglio, che sia specializzato o meno, dal 2018 al 2023 ha perso il 9,4% delle unità locali, attestandosi a 140.632 negozi o punti vendita sul territorio. La questione ha una ripercussione anche sul capitale umano che riguarda questi ambienti: sempre al 2023 risultano impiegati poco più di mezzo milione di addetti, dato che rispetto al 2018 è in flessione dell’1,3%.
Il dettaglio delle nostre regioni
Il totale degli esercizi di commercio al dettaglio è in calo ovunque, nel 2023. La Lombardia registra una flessione dell’8,3%, mentre il Piemonte perde il 10,2% e la Liguria l’11,9%. C’è però un riequilibrio interno al dato: se chiudono i negozi specializzati, riaprono quelli non specializzati, anche se non riescono a compensare le perdite sul totale. Nel Nordovest l’incremento è del 3,1%, che rispecchia la situazione in dettaglio delle regioni.
Alcune importanti eccezioni
Si è detto della flessione costante degli esercizi specializzati, ma va segnalata almeno un’eccezione a questo discorso, il caso delle farmacie. Nel periodo preso in esame infatti non solo non diminuiscono di numero, ma fanno registrare un incremento di fatturato del 43,5%. Vanno bene anche i negozi di prodotti per la casa e la persona (+28%), o gli esercizi specializzati nella vendita di prodotti Ict (+25,5%).
Se cambia l’offerta significa che cambia la domanda: una riflessione sul consumo
Gli autori del report, realizzato per Confcommercio dal Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, mettono nero su bianco alcune riflessioni degne di essere riportate, come la seguente, che si interroga sul cambiamento del consumo partendo da quello che le famiglie mettono in tavola.
«I consumi negli ultimi trent’anni hanno subito modificazioni tali che, sia detto con franchezza, sebbene vengano costantemente indicati con termini e linguaggi simili se non uguali, non appaiono per nulla omogenei nel 1995 e nel 2025. Per esempio, è consuetudine parlare di consumi alimentari e di osservarne l’evoluzione nel tempo. In realtà, trent’anni fa i consumi alimentari non avevano quasi nulla a che fare con ciò che acquistiamo e utilizziamo oggi per costruire un’esperienza di un pranzo o di una cena. Si pensi ai piatti pronti e al contenuto di servizio: la demografia ha molto a che fare con queste modificazioni. Agli inizi degli anni ’90 le famiglie di 5 o più componenti erano oltre l’11%, mentre oggi sono soltanto il 4%. L’età media cresce, la popolazione invecchia: non per questo le esigenze diminuiscono, anzi. Uno dei principali attrattori dei consumi è proprio il benessere: dalla cosmesi al salutismo nell’alimentazione. Su tutto c’è e governa la richiesta di servizio personalizzato. Si chiama terziarizzazione: le persone vogliono soluzioni e sono disposte a spendere per acquistare competenze, tempo, cure altrui. Forse neppure di consumi si dovrebbe più parlare».