Il report di Fim Cisl

Nel Nordovest il settore metalmeccanico è in crisi

«Complessivamente – così la Fim Cisl sui dati del 2025 - su 115.397 lavoratori, sono 83.998 implicati in crisi di settore, 19.630 quelli coinvolti a vario titolo in crisi di carattere finanziario e 10.160 relativi all’indotto, si tratta per lo più di aziende, anche sotto i 50 dipendenti, legate alla componentistica auto, ma anche aziende di minuteria e lavorazioni meccaniche trasversali ai settori».

Nel Nordovest il settore metalmeccanico è in crisi

Dell’area geografica del Nordovest le regioni più colpite dalla crisi del settore metalmeccanico sono ovviamente quelle più industrializzate, ossia Lombardia e Piemonte.

Continua la crisi del settore metalmeccanico nel Nordovest

E la situazione nel 2025 è peggiorata ulteriormente: stando a quanto rileva un report di Fim Cisl pubblicato recentemente, nel corso del 2025 sono continuati i processi di delocalizzazioni delle industrie di settore, con il coinvolgimento di 995 lavoratori in tutto il Paese. Il principale colpevole della crisi, che ha interessato prevalentemente il settore dell’automotive, è il costo dell’energia e delle materie prime. A questa nota dolente si sommano le criticità imposte dai dazi, dalla crisi geopolitica e da quella che il sindacato nella sua nota definisce una «confusa gestione della transizione ambientale ed energetica da parte dell’Europa». Oltre all’automotive, a dover fare i conti con le ristrettezze finanziarie sono anche i settori del siderurgico, del comparto termomeccanico e dell’elettrodomestico. E il numero dei lavoratori coinvolti dalle crisi è aumentato, in un anno, di 11.946 unità.

«Complessivamente – così la Fim Cisl sui dati del 2025 – su 115.397 lavoratori, sono 83.998 implicati in crisi di settore, 19.630 quelli coinvolti a vario titolo in crisi di carattere finanziario e 10.160 relativi all’indotto, si tratta per lo più di aziende, anche sotto i 50 dipendenti, legate alla componentistica auto, ma anche aziende di minuteria e lavorazioni meccaniche trasversali ai settori».

Il caso Stellantis

E’ emblematico di un intero periodo storico, per la portata che ha in termini di prestigio e dimensioni, il caso del gruppo Stellantis. Nel 2025 ha visto la produzione scendere sotto quota 380mila vetture (-24,5% rispetto all’anno precedente). Nel dettaglio il 2025 ha visto la produzione di 213.706 vetture in meno rispetto all’anno precedente, mentre per i veicoli commerciali pure il computo è negativo (166.000 unità in meno, il 13,5%).

«Numeri – scrivono dalla Fim Cisl – che riflettono la crisi di molte aziende, piccole e medie, che ruotano intorno all’indotto diretto di Stellantis e delle altre case automobilistiche europee che interessa oltre 256 mila lavoratori. Il nostro Paese è infatti tra i maggiori produttori ed esportatori in Europa di componentistica dell’auto». «Oltre agli aiuti pubblici, attualmente insufficienti, servirebbe un lavoro di concerto tra istituzioni, grandi multinazionali, sindacato e hub di ricerca (Università, ITS) per gestire questa complessa fase di crisi, oltre che, come abbiamo anche chiesto il 5 febbraio scorso a Bruxelles alla manifestazione organizzata da IndustriAll, un piano europeo e risorse sul settore auto e deroghe al patto di stabilità per gli investimenti nell’industria».

Solo il massiccio utilizzo dello strumento della Cassa integrazione ha evitato che succedesse il peggio, ma il 2025 per gli osservatori della Fim Cisl si è chiuso con un forte peggioramento rispetto all’anno precedente.

«Le aziende del nostro Paese – così il segretario generale Fim Cisl, Ferdinando Uliano – anche per la loro dimensione, soffrono più degli altri partner europei della carenza di credito. Dei 606 mld di credito del 2025 concessi dalle banche alle imprese, la maggior parte sono stati accordati alle grandi aziende con rating molto alti. Nel 2025 c’è stato un calo dei volumi dei prestiti del -3,8%, che si rispecchia anche nel nostro report con oltre 19mila lavoratori coinvolti in crisi finanziarie. Questo penalizza le piccole e medie imprese che stanno ritardando gli investimenti in nuovi macchinari e non stanno sfruttando le risorse del programma transizione 5.0 (parliamo di 6,3 miliardi di euro in scadenza il 28 febbraio) a causa della complessità burocratica. Il nostro Paese ha bisogno di politiche industriali e interventi che rimettano la “questione industriale” al centro delle risposte e delle politiche economiche. Noi pensiamo che le crisi possano e debbano essere risolte con impegni concertati con il sindacato, mettendo in campo risorse concrete di sostegno alle filiere in transizione e attrazione di nuovi investimenti. Bisogna assolutamente trovare una soluzione per poter portare il costo dell’energia alla media europea e rendere competitive le nostre aziende, che oggi operano con una pesante zavorra al piede».