Perché le donne sono importanti eppure contano ancora troppo poco? Il Rapporto Italia Generativa 2025 «La colonna invisibile» fa il punto di questa condizione.
Nel Nordovest emerge con chiarezza un paradosso descritto dal rapporto: le donne ottengono risultati scolastici e universitari molto elevati, ma questo vantaggio si riduce fortemente nel mercato del lavoro, anche nelle aree economicamente più sviluppate del Paese. Le donne italiane oggi superano gli uomini nei livelli di istruzione: sono la maggioranza tra diplomate e laureate, anche nelle discipline Stem, dove l’Italia registra una presenza femminile superiore a Francia e Germania. Tuttavia, questo capitale umano non si traduce in pari opportunità professionali. Nel Nordovest persistono infatti molte delle criticità nazionali: la partecipazione femminile al lavoro resta inferiore a quella maschile; le donne sono più presenti in contratti precari o part-time (il 28% delle lavoratrici italiane è part-time; il 46,5% dei part-time è involontaria; nel Nordovest il fenomeno è meno grave rispetto al Sud, ma ancora molto diffuso nei servizi, turismo, commercio e cura della persona, settori forti soprattutto in Liguria e Lombardia); continuano a concentrarsi in settori legati a cura, istruzione, commercio e servizi; rimane limitato l’accesso ai ruoli dirigenziali e decisionali.
Il tema è particolarmente rilevante in regioni come Piemonte, Liguria, Lombardia e Valle d’Aosta, dove il mercato del lavoro è più competitivo e orientato ai settori ad alta produttività. Nonostante ciò, anche qui le donne risultano meno presenti nei comparti meglio retribuiti (come finanza, industria tecnica e management) e subiscono differenze salariali significative.
Il rapporto sottolinea, inoltre, che il gender pay gap italiano appare basso solo guardando alla paga oraria, ma diventa molto più ampio considerando le retribuzioni annuali complessive: le donne lavorano più spesso part-time, interrompono più frequentemente la carriera e accedono meno ai premi e agli avanzamenti professionali. Nel Nordovest questo fenomeno assume una forma specifica: da un lato esistono più opportunità occupazionali rispetto al Sud; dall’altro, i modelli organizzativi delle imprese richiedono spesso disponibilità oraria totale e continuità lavorativa, condizioni che penalizzano soprattutto le donne con carichi familiari. Il risultato è un “effetto forbice”: nelle scuole e nelle università le donne ottengono risultati migliori; nel lavoro, nella carriera e nei redditi il vantaggio si ribalta progressivamente a favore degli uomini.
Il doppio legame: lavoro e cura
Nel Nordovest il problema principale emerso dalla ricerca è il cosiddetto “doppio legame” vissuto dalle donne: da una parte il mercato del lavoro richiede disponibilità totale, flessibilità e alte prestazioni; dall’altra il lavoro di cura familiare continua a ricadere soprattutto su di loro. In Lombardia, Piemonte e Liguria questo squilibrio appare particolarmente evidente perché si tratta di territori economicamente avanzati, con ritmi lavorativi intensi e forte competitività professionale. La crescita dell’occupazione femminile e dei livelli di istruzione non è stata accompagnata da una redistribuzione equivalente dei carichi familiari: più di una donna su tre in Italia svolge attività di cura informale; le donne caregiver sono il 25% in più rispetto agli uomini; molte lavoratrici riducono orario, cambiano turni o rallentano la carriera per gestire figli e familiari anziani.
Nel Nordovest, però, emergono anche segnali di cambiamento, soprattutto nell’uso dei congedi parentali:in Lombardia si registrano circa 125 donne e 34 uomini ogni 10mila abitanti che utilizzano i congedi; valori tra i più alti d’Italia si osservano anche nelle regioni del Centro-Nord; nel Mezzogiorno i numeri sono molto inferiori. Nonostante ciò, il carico resta fortemente squilibrato: nel 2024 le donne che hanno utilizzato il congedo parentale sono state 289 mila, contro 124 mila uomini; le giornate di congedo usate dalle donne superano i 15 milioni, contro meno di 3 milioni per gli uomini. Nel Nordovest questo produce effetti specifici: rallentamenti di carriera nelle professioni qualificate; maggiore diffusione del part-time femminile; rinuncia ai ruoli manageriali che richiedono reperibilità continua; sovraccarico organizzativo e stress elevato. Il rapporto sottolinea che l’organizzazione del lavoro continua a essere costruita su modelli “maschili”, basati su disponibilità piena e assenza di responsabilità di cura. In aree come Milano, Torino o Genova, dove finanza, industria e servizi avanzati richiedono forte investimento professionale, questa impostazione pesa ancora di più sulle donne. La conseguenza è una continua mediazione tra lavoro e famiglia: molte donne cercano di mantenere standard elevati in entrambi gli ambiti; spesso ridimensionano aspettative personali e professionali; aumentano stress e carico emotivo. Il problema non può essere risolto solo con cambiamenti culturali spontanei: servono politiche più forti sulla corresponsabilità familiare, congedi più equilibrati e modelli organizzativi meno basati sulla disponibilità continua al lavoro.
Disuguaglianze geografiche
Altro fattore di differenziazione è la dimensione geografica: crescere, lavorare, metter su famiglia, accedere a risorse e opportunità non significa la stessa cosa nelle diverse parti del Paese. I dati rimandano a un’ampia forbice Nord-Sud. Un indicatore utile per osservare questo divario è il saldo di mobilità dei laureati, che misura la capacità di un territorio di trattenere, attrarre o perdere capitale umano qualificato. I dati mostrano una profonda frattura territoriale: a prescindere dal genere, saldi positivi si registrano soprattutto nel Centro-Nord, mentre il Mezzogiorno mostra le perdite più elevate. In particolare, per quanto riguarda le giovani donne laureate, Emilia-Romagna (19,4 donne per mille residenti), Lombardia (14) e Piemonte (10,7) mostrano i saldi positivi più consistenti, mentre Basilicata (-46,8), Calabria (-39,1) e Molise ( -37,9) riportano le perdite più elevate. Si possono trarre considerazioni analoghe osservando altri fondamentali indicatori di sviluppo socio-economico, come il tasso di mancata partecipazione al lavoro: i valori sono più contenuti nel Nord Italia e crescono nel Mezzogiorno, soprattutto tra le donne. In particolare, i valori più bassi si registrano nelle Province Autonome di Bolzano (3,8%) e Trento (6,6%), in Veneto (7,8%) e in Lombardia (8,3%). Nel Mezzogiorno il fenomeno assume dimensioni più rilevanti: il tasso di mancata partecipazione femminile supera il 25% in Basilicata (27,3%) e Puglia (27,9%), fino a raggiungere valori molto elevati in Sicilia (34,9%), Campania (36,8%) e Calabria (38,3%).
Anche la retribuzione media annua delle lavoratrici conferma lo stesso pattern territoriale. I livelli più elevati si registrano nelle province del Nord, come Milano (28.603 euro), Monza e Brianza (22.772 euro) e Bologna (22.479 euro). Le retribuzioni più basse si registrano invece nel Mezzogiorno, con valori spesso inferiori ai 15.000 euro, come, ad esempio a Vibo Valentia (10.463 euro), Cosenza (11.691 euro) e Crotone (11.717 euro). I divari territoriali si riflettono anche nella distribuzione del lavoro familiare. Nel 2023 le donne svolgono il 61,6% del lavoro familiare della coppia, ma il dato scende al 57,7% nel Nordovest e sale fino al 70,4% nel Sud e al 68,4% nelle Isole. Accanto a minori livelli di partecipazione al lavoro e a retribuzioni più basse, nel Mezzogiorno emerge dunque anche una maggiore concentrazione del carico domestico sulle donne. Anche sull’offerta dei servizi, il Paese è tagliato in due: il Nord offre una maggiore copertura (nidi, scuole) e maggiori opportunità lavorative per le donne; il Sud soffre una maggiore carenza di servizi e dunque una maggiore dipendenza dalle reti di sostegno familiari, e una minore partecipazione femminile al lavoro.