L'analisi dell'ufficio studi della Cgia di Mestre

Il lavoro nero nel Nordovest vale 19,4 miliardi di euro

Dalle nostre parti i lavoratori non in regola sono 634mila, con un tasso di irregolarità che si attesta all’8,3% (nel Mezzogiorno è al 13,8%) ma che rimane comunque inferiore alla media nazionale (10%).

Il lavoro nero nel Nordovest vale 19,4 miliardi di euro

19,4 miliardi di euro: è il valore aggiunto del lavoro nero nei territori del Nordovest nel 2023. La nostra area geografica è la seconda d’Italia per estensione del fenomeno, e a dircelo è l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Se ad avere il primato è il Mezzogiorno, con 27 miliardi di euro di valore aggiunto e un totale di quasi 1 milione di lavoratori a vario titolo irregolari, il Nordovest conquista una medaglia d’argento di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Dalle nostre parti i lavoratori non in regola sono 634mila, con un tasso di irregolarità che si attesta all’8,3% (nel Mezzogiorno è al 13,8%) ma che rimane comunque inferiore alla media nazionale (10%). Lo studio della Cgia evidenzia pure il peso che il valore aggiunto determinato dal lavoro nero sul territorio ha sul valore aggiunto totale di una precisa area geografica: nel Nordovest è del 3%, mentre a livello nazionale sale al 4% (nel Mezzogiorno è al 6,5%).

I settori più colpiti dal fenomeno: quasi la metà di colf e badanti sono irregolari

«Se in passato il caporalato era prevalentemente associato all’agricoltura e all’edilizia, oggi interessa un numero crescente di settori produttivi, soprattutto quelli caratterizzati da un’elevata intensità di manodopera e da minori tutele contrattuali».

Il maggior numero di irregolari oggi si annida nel settore che ha le famiglie private come datori di lavoro, ossia quello di colf e badanti: su 2,6 milioni di lavoratori irregolari in Italia, il settore in questione conta circa 615mila unità, con un tasso di irregolarità pari al 48,8%. Secondo l’analisi della Cgia poi un altro settore tradizionalmente tra i più interessati dal problema è quello dell’agricoltura, che vede un tasso di irregolarità pari al 20,8% (196.100 persone). La medaglia di bronzo nella singolare competizione spetta di diritto alle attività artistiche (attori, cantanti, spettacoli viaggianti, giochi, parchi divertimento, etc.), che con il 20,3% di tasso di irregolarità conta 225.300 persone.

Il fenomeno è in continua evoluzione

«Il caporalato e lo sfruttamento del lavoro – così gli esperti dell’ufficio studi – rappresentano una grave violazione dei diritti fondamentali della persona. Le conseguenze non ricadono soltanto sui lavoratori vittime di questi abusi, ma anche sulle imprese oneste, che rispettano le regole e applicano correttamente i contratti di lavoro, e sulle organizzazioni impegnate nel contrasto all’illegalità. Lo sfruttamento lavorativo si intreccia con numerose problematiche sociali, tra cui l’immigrazione irregolare, la tratta di esseri umani, il lavoro sommerso, la sicurezza nei luoghi di lavoro e l’emarginazione sociale. Inoltre, il fenomeno è in continua evoluzione e trova nuovi strumenti e modalità operative, anche attraverso le tecnologie digitali».

Edilizia e agricoltura rimangono i settori con più accertamenti di casi da parte dell’ispettorato nazionale del lavoro, ma negli ultimi tempi stanno iniziando a emergere situazioni consolidate anche nella logistica e – come da conseguenza logica – nell’assistenza domiciliare.

Cosa si può fare per ridurre il problema?

L’analisi dell’ufficio studi della Cgia di Mestre cita l’eccidio di Amendolara del 1° giugno, che ha visto l’uccisione di 4 braccianti nelle campagne del Cosentino impegnati nella raccolta delle fragole come punizione per aver protestato per le condizioni di lavoro e vita in cui erano costretti dai loro caporali, per puntare il dito contro quelle che vengono definite «pratiche schiavistiche praticate da pseudo imprenditori agricoli/organizzazioni criminali presenti in quella zona. Spesso, sfruttando lo status irregolare dei migranti, questi soggetti coinvolgono questi lavoratori provenienti dall’estero senza garantire contratti regolari, pagando salari bassi e innescando una serie di problemi legati all’alloggio, ai trasporti e ai servizi sociali. Tuttavia non va dimenticato che in molti casi queste condotte criminali sono indotte, non solo al Sud, dalla struttura del mercato agroalimentare che, spesso, è monopolizzata da poche grandi imprese committenti che continuano a spremere i piccoli agricoltori, che per rimanere sul mercato sono costretti a ridurre gli stipendi della manodopera, alimentando così ancor più il sistema del caporalato. Segnaliamo che – concludono da Mestre – da alcuni anni l’Italia ha recepito la Direttiva europea 2019/6332 contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare e ha introdotto specifiche limitazioni alle vendite sottocosto. Nonostante ciò, secondo molte organizzazioni sindacali degli imprenditori agricoli, il forte potere contrattuale dei grandi marchi continua a comprimere i margini di numerosi piccoli produttori».