di Silviano Di Pinto*
La riforma del Fondo di Garanzia per le PMI non può ridursi a una semplice revisione delle percentuali di copertura. Prima di stabilire se una determinata operazione debba beneficiare di una garanzia del 40, del 60 o del 70%, occorre compiere una scelta di politica industriale: quale modello d’impresa vuole premiare lo Stato e quale ritorno economico e sociale deve produrre ogni euro di rischio pubblico assunto?
La mia posizione è chiara: la garanzia pubblica deve premiare il merito e non può essere utilizzata, in via ordinaria, per compensare la fragilità. Negli ultimi anni le regole bancarie e la normativa civilistica hanno chiesto alle imprese di compiere un salto di qualità. Non è più sufficiente presentare un bilancio storico positivo o disporre di garanzie. Occorre dimostrare sostenibilità economico-finanziaria prospettica, capacità di rimborso, adeguata patrimonializzazione e qualità della governance. Le linee guida dell’Autorità bancaria europea, le valutazioni creditizie forward looking e l’articolo 2086 del Codice civile convergono sullo stesso principio: l’impresa deve pianificare i propri fabbisogni, monitorare i flussi di cassa e intercettare tempestivamente gli squilibri. Non basta sopravvivere nel presente; bisogna dimostrare di poter generare valore e onorare il debito nel futuro. In questo contesto emergerebbe una contraddizione evidente qualora, al peggiorare del rating, aumentasse automaticamente la protezione pubblica. Il messaggio rivolto all’imprenditore diventerebbe paradossale: migliora la governance, rafforza il patrimonio, riduci la leva e mantieni regolare la Centrale dei Rischi, ma se diventi più solido potresti ricevere una garanzia inferiore. Il merito, invece, deve produrre un vantaggio economico concreto. Immaginiamo due imprese sane che richiedano entrambe un finanziamento di due milioni di euro. L’Impresa A presenta una probabilità di default dello 0,5% e ottiene una copertura pubblica del 40%, pari a 800 mila euro. L’Impresa B presenta una probabilità di default del 2% e beneficia di una copertura del 70%, pari a 1,4 milioni di euro. Il differenziale di garanzia ammonta a 600 mila euro a favore dell’impresa con il rating peggiore. La banca potrebbe quindi essere indotta a privilegiare l’Impresa B, non perché più virtuosa, ma perché la maggiore copertura riduce il rischio residuo e rende l’operazione più conveniente sotto il profilo dell’assorbimento patrimoniale. La norma pensata per correggere un’inefficienza del mercato finirebbe così per crearne una nuova, orientando potenzialmente il credito verso l’impresa meno virtuosa. Occorre allora superare l’idea secondo cui l’efficacia della garanzia pubblica debba essere misurata soltanto attraverso il credito aggiuntivo. Il credito è un mezzo, non il risultato. La vera domanda dovrebbe essere: quanto valore economico e sociale viene generato per ogni euro di rischio assunto dallo Stato?
La valutazione dovrebbe considerare gli investimenti realizzati, i nuovi posti di lavoro, l’incremento della produttività e dell’EBITDA, il rafforzamento patrimoniale, le esportazioni, le aggregazioni e il maggior gettito fiscale. Un finanziamento destinato a prolungare la sopravvivenza di un’impresa strutturalmente fragile non equivale a un finanziamento utilizzato per investire, assumere personale, acquisire un concorrente o entrare in nuovi mercati. È quindi necessario distinguere le finalità degli interventi pubblici. Le imprese sane, organizzate e orientate alla crescita dovrebbero accedere a un Fondo di sviluppo fortemente premiale. Le imprese in difficoltà, quando esistono concrete prospettive di risanamento, dovrebbero invece essere accompagnate attraverso strumenti specifici di turnaround, ristrutturazione e ricapitalizzazione.
Sviluppo e salvataggio sono politiche diverse e non possono essere confuse. Il Fondo del futuro dovrebbe diventare un vero Fondo della Qualità e della Crescita d’Impresa, fondato sul merito creditizio, sulla sostenibilità prospettica, sugli adeguati assetti e sulla capacità di creare valore. La massima premialità dovrebbe sostenere investimenti produttivi, innovazione, internazionalizzazione, fusioni e acquisizioni, favorendo la crescita dimensionale delle migliori PMI italiane. Il denaro pubblico non è infinito. Ogni garanzia concessa comporta un rischio per la collettività e deve produrre un ritorno misurabile in termini di investimenti, occupazione, competitività e ricchezza.
Solo così il Fondo di Garanzia potrà trasformarsi da meccanismo di conservazione della fragilità in un autentico moltiplicatore della crescita economica del Paese.
*Esperto in “Analisi di Bilancio, Pianificazione Finanziaria e strumenti di garanzia per le imprese”