L'analisi della Cgia di Mestre

Entro il 2029 nel Nordovest ci saranno oltre 900mila pensionati: siamo pronti a sostituirli?

Ci si chiede: nel Nordovest ci saranno abbastanza giovani per sostituirli al lavoro? L’analisi dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Va peggio nel resto del Paese.

Entro il 2029 nel Nordovest ci saranno oltre 900mila pensionati: siamo pronti a sostituirli?

Entro il 2029 nelle regioni del Nordovest più di 900mila persone usciranno dal mercato del lavoro per raggiunti limiti d’età o di anzianità contributiva; in tutto il Paese saranno oltre 3 milioni. Siamo pronti a sostituirli, assorbendo la perdita importante di forza lavoro? E’ quello che si chiede un’analisi dell’ufficio studi della Cgia di Mestre che, dopo aver messo insieme i dati di Unioncamere e del Ministero del Lavoro, cerca di fare il punto sulla questione demografica.

La situazione del Nordovest

Nel prossimo futuro in Lombardia ad andare in pensione (o comunque a ritirarsi dal mercato del lavoro) saranno 567.600 persone. Il dato lombardo è il più alto a livello nazionale: la quota di dipendenti privati è del 64,6% e pure questa è tra le più alte del Paese. Piemonte e Valle d’Aosta insieme contano, da qui al 2029, la perdita di 252mila persone (55,7% i dipendenti privati), e la Liguria 93.200 (con il 60,1% di dipendenti privati).

La domanda è: ci saranno abbastanza giovani per occupare tutti i posti lasciati liberi?

In questa situazione si torna a notare una netta divisione sull’asse Nord-Sud del Paese. Le regioni del Nord Italia, grazie al flusso di immigrati dall’estero e dai giovani delle regioni del Sud, sono infatti in controtendenza rispetto alla situazione nazionale. La popolazione giovanile, quella compresa tra 15 e 34 anni, nelle nostre province negli ultimi 10 anni è cresciuta, e non di poco. Tra tutte le nostre realtà, quella di Milano è quella che dal 2015 al 2025 ha registrato la crescita maggiore della fascia demografica, +10,3%. Un ottimo risultato, se consideriamo che la media italiana è negativa (-4,3%). La regione con la contrazione più marcata di popolazione giovanile nel periodo indicato è la Calabria (-18%).

La questione già oggi è un problema

A livello nazionale i posti di lavoro scoperti in fabbriche e uffici già oggi è un problema. Non sono pochi gli imprenditori, soprattutto i piccoli, che faticano a trovare personale. La situazione più difficile si configura in Lombardia, grazie alla quota maggiore di dipendenti privati che andranno in quiescenza.

Gli immigrati non sono una soluzione valida

Secondo gli esperti dell’Ufficio Studi della Cgia gli immigrati non sono una soluzione a lungo termine per il problema. Possono tamponare l’emergenza sul subito, «a condizione di riuscire a preparare adeguatamente le persone nei Paesi di origine che intendono entrare in Italia. Così come previsto anche dal cosiddetto Piano Mattei, dobbiamo accelerare sulla realizzazione di corsie preferenziali nell’assegnazione delle quote di ingresso, riservandole a chi, nel proprio Paese natale, abbia frequentato un corso di lingua italiana e ottenuto una qualifica che attesti il possesso delle competenze professionali richieste dalle nostre imprese. A queste ultime, però, spetta il compito di garantire a queste maestranze un’occupazione stabile e un aiuto concreto nella ricerca di un alloggio dignitoso e a prezzo accessibile».

Questa situazione mette a rischio la tenuta del sistema pensionistico?

Una delle questioni poste sul tavolo dal documento della Cgia di Mestre è la tenuta dell’intero sistema pensionistico, minata dal progressivo invecchiamento della popolazione italiana. La risposta, con tutti i distinguo del caso di una previsione a lungo termine, è no: «Per i prossimi decenni, le proiezioni di Istat e Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) indicano che l’incidenza della spesa previdenziale sul Pil nazionale subirà un aumento transitorio, passando dall’attuale 15,4 per cento a un picco stimato intorno al 17 per cento verso il 2040, per poi scendere gradualmente sotto il 14 per cento entro il 20702. Si tratta di previsioni di lungo periodo, quindi soggette a margini di errore che potrebbero non essere trascurabili; tuttavia, sembra che nel tempo il sistema sia in grado di autosostenersi». Rimane il problema dell’entità degli importi erogati. Con le carriere discontinue (e le retribuzioni basse) che caratterizzano il lavoro nelle fasce giovanili, sarà difficile che possano poi contare su pensioni che permettano una vita dignitosa. «Visto che fino ad ora l’adesione da parte dei lavoratori dipendenti alla previdenza complementare è stata molto contenuta, la questione va affrontata subito, come hanno già fatto alcuni paesi in UE, introducendo, ad esempio, la possibilità di aderire, su base volontaria, a un risparmio previdenziale nominativo presso l’Inps».