La ricerca di Unioncamere

E’ nel Nordovest che le aziende fanno un maggiore uso dell’intelligenza artificiale

Secondo i dati del punto impresa digitale, estrapolati da Unioncamere, è la Lombardia a fare la parte del leone nell’applicazione di questa nuova tecnologia.

E’ nel Nordovest che le aziende fanno un maggiore uso dell’intelligenza artificiale

Non stupisce che tra i settori lavorativi che usano di più l’intelligenza artificiale ci sia quello dei servizi di informazione e comunicazione (49%), ma è curioso che quasi agli stessi livelli si usi l’AI anche in quello che comprende l’amministrazione pubblica e difesa, assicurazione sociale obbligatoria (46%) e soprattutto che si trovi al 45% nel settore dell’istruzione.

Intelligenza artificiale e aziende, è nel Nordovest la più alta concentrazione

Sono i dati di Unioncamere sull’argomento, pubblicati alla fine del mese di febbraio. Nei nostri territori com’è la situazione? Secondo i dati del punto impresa digitale, estrapolati da Unioncamere, è la Lombardia a fare la parte del leone nell’applicazione di questa nuova tecnologia. A fronte di una media nazionale stimata per il 2025 nel 18% di aziende che la usano (nel 2021 erano 3 volte meno, il 6,2%), la regione più popolosa d’Italia ha un quarto delle aziende (il 25%) che hanno scelto di lanciarsi nelle opportunità e nei rischi di questo nuovo ambiente. Nel 2021 in Lombardia erano comunque più alte della media nazionale, con una quota del 9,8%. Delle nostre regioni è la Lombardia l’unica ad avere avuto una media più elevata di quella nazionale: la stima per il 2025 in Piemonte infatti è del 21%, ma già l’anno precedente i dati definitivi riportano una situazione differente. Nel 2024 a fronte di una media nazionael del 13,1% di aziende che usano l’AI, la quota delle imprese subalpine è più bassa, si ferma a quota 11,5%. In Liguria invece la situazione è ancora diversa: le stime per il 2025 parlano di quasi un quarto di aziende che si dilettano con l’intelligenza artificiale (il 23%), ma sono diminuite rispetto all’anno precedente. Nel 2024 erano infatti il 23,9%. Il dato è sempre stato superiore alla media nazionale, seppur di poco: il 9,1% nel 2023 (contro l’8,6% nazionale), il 9,2% nel 2022 (contro il 6,4% nazionale) e 8,4% nel 2021 (quando, come è stato già detto, la media nazionale è stata del 6,2%).
In quattro anni nel nostro Paese il numero delle aziende è triplicato, e questo aumento esponenziale ha comportato anche una crescita parallela degli strumenti di Cybersecurity, che ha contato, nel 2025, un incremento della diffusione di 6 punti percentuali, arrivando a coprire il 41% delle PMI (nel 2021 erano il 35% le PMI protette da questi particolari strumenti).

Ma aumentano anche gli attacchi

«Sebbene le imprese stiano investendo sempre di più nella cybersicurezza, ritenendo che firewall, antivirus e sistemi di protezione perimetrale siano sufficienti, il rischio di attacco cresce. I dati – spiegano da Unioncamere – evidenziano un chiaro spostamento nella tipologia di attacco. Gli attacchi ransomware diminuiscono progressivamente, così come quelli più marcatamente tecnici, mentre cresce in modo significativo il phishing, che nel 2025 rappresenta la principale causa di incidenti cyber (raggiungendo il 47% degli attacchi subiti). Non si tratta di un aumento della capacità distruttiva degli attaccanti, ma di una loro maggiore efficacia nello sfruttare comportamenti, abitudini e disattenzioni delle persone. Il dato sulla cybersecurity, letto insieme alla crescita del phishing, suggerisce quindi una criticità di fondo: la sicurezza viene ancora concepita come una questione tecnica, non come un processo che coinvolge persone, comportamenti e competenze. Le imprese rafforzano le difese, ma continuano a sottovalutare il fattore umano, che resta il principale punto di ingresso per gli attacchi».