Il report

Brevetti green, Lombardia e Piemonte trainano l’Italia

Lo studio evidenzia anche il nesso innovazione verde e competitività: le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti (non green).

Brevetti green, Lombardia e Piemonte trainano l’Italia

L’Italia si colloca tra i primi tre Paesi europei per numero di brevetti green ed è terza anche per quota di imprese con brevetti sul totale delle imprese (16,5 ogni mille imprese), dopo Germania (21,6) e Austria (18,9). Le regioni del Nord, cioè Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, trainano questa dinamica. Un bel risultato quello che emerge dallo studio «Competitivi perché sostenibili. Geografia della eco innovazione Made in Italy», realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, in collaborazione con Dintec e il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne.
L’Italia, poi, detiene brevetti importanti in comparti chiave quali la mobilità sostenibile (dove i brevetti italiani pesano per il 31% sul totale di quelli che riguardano la mitigazione dei cambiamenti climatici); l’efficienza energetica nell’edilizia, in cui superiamo la media UE; la gestione dei rifiuti e delle acque reflue, settore in cui siamo per tradizione tra i Paesi più dinamici; e le tecnologie ICT per la mitigazione climatica, con un incremento record del +270% negli ultimi dieci anni. Analizzando la distribuzione settoriale delle domande italiane di brevetto europeo in ambito green, il manifatturiero si conferma il motore principale dell’innovazione (59%), seguono i settori legati alla ricerca scientifica (18,8%), Telecomunicazioni e informatica (6,6%), commercio all’ingrosso e costruzioni (3,5%). Lo studio evidenzia anche il nesso innovazione verde e competitività: le imprese italiane che depositano brevetti in tecnologie verdi si distinguono per una competitività superiore rispetto a quelle che brevettano in altri ambiti (non green). Generano un fatturato per impresa molto più elevato (382 milioni di euro per impresa contro 41 milioni delle non green), e registrano una maggiore produttività (144mila euro di valore aggiunto per addetto contro 92mila). Dal punto di vista dell’export, oltre la metà (57,8%) esporta, generando oltre 63 miliardi di euro, con una forte diversificazione dei mercati di riferimento. Inoltre, il capitale umano è più qualificato, con una quota più alta di laureati (29,7%, di cui il 16,7% in discipline STEMplus). Infine, queste imprese attraggono più capitale estero: il 41,9% ha partecipazioni straniere, contro il 31,7% delle non green. A livello territoriale, il Nord non solo genera il maggior numero di domande in termini assoluti, ma rappresenta anche il principale polo di innovazione del Paese. Al contrario, le regioni del Mezzogiorno e alcune aree del Centro mostrano una minore intensità brevettuale, evidenziando un divario territoriale che riflette disuguaglianze strutturali in termini di numero di imprese, investimenti in R&S, presenza di poli universitari e reti innovative, nonché accesso a strumenti di protezione della proprietà intellettuale. Questa distribuzione territoriale diventa più marcata alla luce dell’analisi della brevettazione green: le regioni più attive in termini generali risultano essere anche quelle che guidano l’innovazione.
Risultati lusinghieri, nel complesso, che però non sono sufficienti:

«L’Italia sa innovare e competere nei settori ambientali – dichiara il presidente di Fondazione Symbola, Ermete Realacci – ma ha bisogno di un salto di scala: è necessario investire di più in ricerca, supportare la capacità di brevettare, rafforzare il trasferimento tecnologico e replicare il modello vincente dell’economia circolare nei comparti dell’efficienza, dell’elettrificazione e delle rinnovabili. Solo così il Paese potrà ambire a essere leader dell’innovazione verde europea». «L’Italia ha compiuto grandi passi avanti nella brevettazione green (+44,4% tra 2012 e 2022) ma resta ancora una distanza significativa da Germania e Francia – sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli – L’investimento non basta se non si tutela la proprietà intellettuale coi brevetti. E sempre di più anche il sistema del credito e della finanza ne valorizza il possesso come asset del capitale delle imprese per la concessione dei prestiti».

Il materiale sul ripristino delle barriere coralline

Tra i casi studio del report, anche un brevetto per “salvare il mare”. L’Università degli Studi di Milano-Bicocca e l’Istituto Italiano di Tecnologia hanno sviluppato una nuova generazione di biomateriali e tecnologie – già oggetto di domanda di brevetto – progettati per il restauro delle barriere coralline. Le barriere proteggono le coste, ospitano una straordinaria varietà di specie marine e sostengono le economie locali. Ripristinarle, aiuta le comunità e gli ecosistemi a resistere e adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici già in atto, come l’innalzamento del livello del mare e il riscaldamento delle acque. Il problema? I materiali oggi più utilizzati per agire, provengono in gran parte dall’industria petrolchimica e possono risultare dannosi per l’ambiente che dovrebbero aiutare a salvare. Il brevetto di Bicocca, IIT (in collaborazione con l’Acquario di Genova), risolve allo stesso tempo due problemi: il nuovo materiale è biodegradabile e non inquina perché realizzato a partire da due componenti di origine vegetale. Ha un minore impatto anche in termini di emissioni: invece di cementi ad alta impronta di carbonio, la restaurazione delle barriere coralline avviene impiegando un materiale biobased fatto con gli scarti di produzioni agricole come mais e contribuisce dunque alla diffusione dell’economia circolare. E la scelta di usare materiali di scarto è un vantaggio anche in termini di prezzo. La tecnologia è ancora un prototipo, e serviranno iniziative imprenditoriali per scalarla e verificare la reale domanda di mercato. Secondo punto di forza strategico: la ricerca è ancora in una fase iniziale. Gli esperimenti, condotti all’Acquario di Genova e alle Maldive al MaRHE Center (un centro di ricerca della Bicocca attivato proprio per testare i materiali direttamente sulle barriere coralline) offrono la possibilità per chi detiene il brevetto di diventare in futuro un punto di riferimento per tutte le nazioni che vorranno intervenire a protezione delle proprie barriere coralline.