«La burocrazia è la morte di tutti i lavori importanti», diceva il grande fisico Albert Einstein, e sembrerebbe che l’aforisma sia ancora più che mai attuale, stando all’ultimo rapporto dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.
A Milano ci vogliono 220 giorni solo per un permesso di costruire: l’indagine della Cgia di Mestre
Rapporto che spiega come, per costruire un semplice capannone, a Milano siano necessari 220 giorni (7,2 mesi) per ottenere i permessi utili alla posa del cantiere. Il dato di Milano è tra i peggiori d’Italia: la media – nello specifico dei permessi per costruire un capannone – nazionale si ferma poco al di sotto, 198 giorni (6 mesi e mezzo). Gli altri capoluoghi del Nordovest hanno dati lievemente inferiori: per Torino infatti si parla di 210 giorni, mentre a Genova la situazione è decisamente migliore, con «soli» 147 giorni per ottenere il documento.
«L’Italia – si legge nello studio – soffre di un paradosso strutturale: a fronte di norme uguali su tutto il territorio, la Pubblica Amministrazione applica tempi amministrativi e giudiziari molto diversi da città a città. Questa inefficienza burocratica agisce come un’imposta occulta, frena gli investimenti, rappresenta un nemico invisibile, scoraggia l’iniziativa privata e accentua le disuguaglianze tra i territori».
I tempi della giustizia civile si dilatano a dismisura
Ma se ci si sposta dall’edilizia alla giustizia civile i tempi si dilatano all’ennesima potenza: prendendo il caso standard della liquidazione di un’impresa insolvente, il dato nazionale si attesta a una media di 1.095 giorni (36 mesi), ma a Milano si registra un altro record. Qui infatti le imprese segnalano tempi che superano i 6 anni (75 mesi, 2.281 giorni),
«Tempi incompatibili con le esigenze di un’economia moderna, che richiede rapidità nella riallocazione delle risorse e certezza delle regole», commentano da Mestre.
A Genova e Torino la musica è decisamente diversa da Milano, qui si parla di 36 e 24 mesi. In caso di controversie commerciali la situazione non è migliore: in media il dato italiano parla di 600 giorni necessari per arrivare a una soluzione chiudendo una disputa tra imprese. E pure in questo caso la media nazionale nasconde differenze notevoli: a Roma infatti da 600 giorni si sale a una media di 1.400 giorni: «Ritardi che incidono direttamente sui costi operativi delle aziende, aumentano il rischio d’impresa e spingono molte realtà a rinunciare a far valere i propri diritti». A Milano i giorni sono 800, a Genova 740 e a Torino 540.
Sono penalizzati anche gli Enti pubblici
A pagare lo scotto di una cattiva burocrazia, oltre alle imprese che devono impiegare risorse che potrebbero essere destinate ad altro (come ad esempio lo sviluppo dimensionale), anche gli stessi Enti pubblici soffrono dell’applicazione scorretta delle regole, necessarie in un sistema complesso come quello in cui viviamo. Non è dovuta alla pigrizia o inadeguatezza dei funzionari, ma ci sono questioni strutturali quali
«Complessità normativa, frammentazione istituzionale, incentivi distorti e assetti di governance inadeguati – per dirla con le parole dell’Ufficio Studi Cgia di Mestre – L’accumulo di norme incoerenti induce comportamenti difensivi, moltiplicazione dei controlli e allungamento delle catene decisionali, senza migliorare la qualità delle scelte. La frammentazione delle competenze rende opaca l’attribuzione delle responsabilità e incentiva l’autotutela organizzativa. A ciò si aggiunge una cultura amministrativa in cui il principio di legalità degenera in formalismo: la correttezza procedurale prevale sistematicamente sui risultati, l’innovazione è percepita come rischio e l’errore come costo personale elevato. Sistemi di valutazione deboli, scarsa responsabilizzazione e una digitalizzazione non accompagnata dalla reingegnerizzazione dei processi finiscono per cristallizzare le inefficienze».