Il commento di Stefano Ribaldi*

«Sinners» le candidature agli Oscar, l’analisi e una domanda che rimane

*autore e produttore TV

«Sinners» le candidature agli Oscar, l’analisi e una domanda che rimane

di Stefano Ribaldi*

Avevo già visto alcuni mesi fa “Sinners” scritto, diretto e co-prodotto da Ryan Coogler, ma sinceramente non vi avevo prestato molta attenzione. Il clamore di questi giorni per la nomination a 16 Oscar mi ha spinto a rivederlo su una piattaforma televisiva. Affrontiamo gli aspetti estetici: una fotografia esemplare, composta di profondità di contrasti fra l’oscurità del racconto e i rari lampi di luce, disegna un ambiente sia esterno che interno, che non è solo forma ma diventa contenuto narrativo: basti pensare al distacco fra il candore della chiesa e le tenebre delle azioni gotiche-horror. Così come il blues non è solo colonna sonora quanto piuttosto trama nella trama, canto di liberazione ultraterreno che si radica nella tradizione africana e che conduce passo passo a una salvezza umana per chi lo interpreta in tutta la sua profondità come testimonia la presenza finale di un memorabile Buddy Guy, uno dei più importanti chitarristi blues della storia.
Altrettanto di pregio è la scelta dei caratteri dei personaggi, tutti elementi di un mosaico perfetto che origina dalla persecuzione razziale, ma diviene messaggio senza tempo simbolo di ogni discriminazione di colore, di genere e di idealità.
Una menzione decisamente particolare va al bravissimo protagonista Michael B. Jordan, che addirittura affronta il doppio ruolo di Elijah “Smoke” Moore e Elias “Stack” Moore, i due gemelli monozigoti e veterani della prima guerra mondiale, che tornano nel natio Mississippi dopo aver passato diversi anni nel mondo del crimine organizzato di Chicago (anche qui è interessante il rapporto nord vs sud, metropoli vs mondo rurale). Due corpi uguali ma ciascuno interpreta una opposta risposta al sistema violento e feroce con cui si confrontano. Smoke incarna la strategia dell’adattamento. E’ il personaggio che accetta il compromesso come forma di sopravvivenza, che cerca di muoversi all’interno del sistema di potere senza sfidarlo frontalmente. In questo senso, Smoke rappresenta una posizione storicamente comprensibile: quella di chi interiorizza la violenza strutturale e tenta di negoziare spazi di sicurezza personale, anche al prezzo di una certa ambiguità morale. La sua relazione con il potere non è di totale sottomissione, ma di convivenza forzata. Stark, al contrario, è la figura della frattura. E’ il gemello che rifiuta l’assimilazione, che percepisce il compromesso come una forma di vampirismo interiorizzato. In lui la rabbia non è solo reazione emotiva, ma coscienza politica: Stark vede con chiarezza come il sistema si nutra dei corpi e delle anime dei marginalizzati, e sceglie lo scontro, anche quando questo conduce all’autodistruzione. Se Smoke è la sopravvivenza, Stark è la resistenza. Smoke resta umano, quindi fragile, finito, esposto, mentre Stark sopravvive, ma solo come mostro funzionale al sistema.
Resta solo da chiedersi: serve tanta facile violenza, tanta ferocia quasi “naturale” per spiegare tutto questo oppure non è altro che un continuo alzare l’asticella per rapire l’attenzione dello spettatore senza far comprendere che al sangue si accompagna sempre il dolore fisico e morale con conseguenze devastanti per chi vi partecipa o lo subisce anche passivamente guardando un film? Allora viva Nanni Moretti quando ne “La Messa è finita” afferma: “Io non voglio più far del male a nessuno”!

*autore e produttore tv