Il commento di Stefano Ribaldi*

«Serpenti» rifiuta le rassicurazioni del cinema edificante

*autore e produttore TV.

«Serpenti»  rifiuta le  rassicurazioni del cinema edificante

di Stefano Ribaldi*

Che cosa accadrebbe se un assassino, deciso a confessare il proprio delitto, trovasse una società completamente disinteressata ad ascoltarlo? E’ da questo paradosso che prende forma Serpenti, il nuovo film di Roberto De Paolis, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e scritto insieme a Fabio e Damiano D’Innocenzo.
Paolo Marra, interpretato da Leonardo Lidi, ha ucciso sua moglie.

Non cerca giustificazioni, non tenta la fuga. Vuole soltanto costituirsi, affrontare il processo e scontare la pena. Ma il suo ingresso in commissariato inaugura un viaggio grottesco attraverso un universo di poliziotti distratti, avvocati improbabili e personaggi incapaci di comprendere la gravità della sua confessione. Nessuno sembra disposto ad arrestarlo.
Il riferimento a Kafka è inevitabile, ma rovesciato. Se nel «Processo» Josef K. viene perseguitato senza conoscere la propria colpa, qui un uomo perfettamente consapevole del delitto commesso non riesce a ottenere una condanna. La giustizia non è più una macchina persecutoria, ma un meccanismo inceppato dall’indifferenza.

De Paolis abbandona il realismo del precedente film “Cuori puri” per sperimentare una forma narrativa vicina al teatro dell’assurdo, con suggestioni che rimandano a Beckett e alla tradizione della commedia grottesca italiana. Il commissariato diventa una rappresentazione in miniatura di un Paese nel quale la burocrazia finisce per sostituirsi alla responsabilità morale.
Il film trova la sua forza soprattutto negli interpreti. Leonardo Lidi costruisce un personaggio consumato dal rimorso, mentre Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino contribuiscono a popolare questo universo surreale di figure tanto improbabili quanto riconoscibili.

La scelta più interessante, ma anche la più rischiosa, riguarda il trattamento del femminicidio. De Paolis evita deliberatamente il linguaggio del cinema di denuncia, affidandosi al paradosso e a un umorismo nero che non sempre riesce a mantenere la necessaria distanza dalla tragedia. La donna uccisa rimane inevitabilmente sullo sfondo, mentre il racconto si concentra quasi interamente sul tormento del suo assassino.

E’ proprio qui che emerge il limite dell’operazione. L’intuizione iniziale è potente, ma la successione degli incontri rischia di trasformare i personaggi in semplici strumenti della metafora. La costruzione narrativa, a tratti, sembra più interessata a dimostrare la propria intelligenza che a sviluppare una reale complessità drammatica.

Eppure Serpenti possiede un merito non trascurabile: rifiuta le rassicurazioni del cinema edificante e costringe lo spettatore a confrontarsi con una domanda scomoda. Che valore ha il senso di colpa in una società che ha smesso di riconoscere la responsabilità? De Paolis non offre risposte consolatorie. E forse il vero orrore del suo film non è l’assassino che chiede di essere punito, ma il mondo che continua tranquillamente a vivere come se nulla fosse accaduto.

*Autore e produttore TV