Milanese di nascita, ma pugliese di origine, dalla fine degli anni Settanta ha costruito il suo successo nel Nordovest con attività diverse: Nico Colonna, ha compiuto 70 anni il 24 marzo, si racconta con il cuore, facendo ben capire che un pezzo grande di questo cuore sia legato a Emergency e all’attività di cura delle popolazioni nei Paesi afflitti da guerre e povertà.
Quali sono le sue origini?
«Sono nato in Comasina, dove allora non arrivava la metropolitana, da un padre militare, vittima del fascismo con la vita rovinata da 6 anni di guerra in Africa e 7 di prigionia in Kenya; partito a 20 anni e tornato adulto. Io e mia sorella siamo nati a Milano e abbiamo vissuto gli anni della Banda della Comasina, di Vallanzasca. Tanto che mi hanno chiamato Michele Placido e Kim Rossi Stuart per rivedere la sceneggiatura del film “Vallanzasca – Gli angeli del male”; volevano anche affidarmi una parte ma solo per avere la scusa di farmi tagliare i capelli e ho rifiutato. Una mattina suona il mio cellulare. “Sono Renato”, “Renato chi?”. “Vallanzasca”. Pensavo fosse uno scherzo di Kim; invece era tutto vero e mi chiedeva un aiuto per una cooperativa di carcerati, i “Gatti galeotti”, che realizzava borse partendo dai teloni dei camion».
Ama il cinema?
«Mio padre era un maniaco del cinema: eravamo capaci di trascorrere le giornate dentro al cinema, con mia madre che ci portava del cibo. Amava soprattutto i western, solo che lui stava con i cowboy, io con gli indiani. Ero convinto che i miei antenati fossero Navajo e non pugliesi… appena potevo andavo in Southwest, ho portato amici, figli; quando raggiungo la Monument Valley ho sempre la pelle d’oca».
Nel 1979 si è inventato Smemoranda. Come è nata?
«Dal movimento studentesco milanese, quindi da chi “consumava”: non c’era un prodotto di quel tipo e quindi un diario, agenda, libro. Un percorso che ha caratterizzato quasi 50 anni di storia a cavallo tra secondo e terzo millennio. Io sono rimasto fino a qualche anno da e da questa sono nate molte altre esperienze».
Molto legato al mondo del calcio, ha mai pensato di diventare un calciatore?
«Ho giocato tanto, ma ero scarso e non potevo diventare un calciatore. Mi sono tolto, però, qualche soddisfazione con la squadra dei Comedians (formata da comici italiani, capitanati da Paolo Rossi) che sono stati anche socialmente utili e sono stati una delle storie della solidarietà con oltre 3 milioni di euro raccolti e 300 associazioni aiutate. E poi, con l’Inter. Quando incontro Zanetti, mi abbraccia!».
L’Inter è una grande passione…
«L’Inter è la squadra del cuore. Ho avuto la grande fortuna di incontrare Massimo Moratti e di gestire l’immagine della società, fino a disegnare il logo Inter 1908, quindi negli anni di Ronaldo… Questo vuol dire essere entrato a far parte della storia».
E poi, altra passione, la comicità, che lega calcio, Smemo e trova l’apice, forse, con Zelig, di cui è stato fondatore: corretto?
«I Comedians riunivano i nomi più importanti della comicità, da Paolo Rossi ad Antonio Albanese, e poi Claudio Bisio, Bebo Storti. Erano bravissimi non solo a far ridere ma anche a fare del bene agli altri. Comicità e musica hanno trovato posto negli eventi che organizzavo (per cinque anni sono stato anche direttore artistico dell’Idroscalo di Milano, con grandi eventi di musica pop e rock, senza trascurare il teatro) e sulle pagine della Smemoranda».
Gli incontri che porta nel cuore?
«Massimo Moratti, un uomo straordinario: solo chi non lo conosce può parlarne male. Generoso, dall’educazione incredibile. Gli avevo anche proposto di candidarsi sindaco di Milano… Poi, Lucio Dalla: ho avuto il privilegio di lavorare con lui nel suo tour con Gianni Morandi. Era un maestro, intelligentissimo, di cui si capiva la grandezza nel dietro le quinte, un genio. Non esistono parole per sintetizzare la sua persona. E Ligabue che ho conosciuto quando faceva il promoter e io il tour manager di Luca Carboni. E sono molto legato a Claudio Bisio che conosco dai tempi della scuola, quando lui aveva ancora i capelli! Mi piace molto Marco Lodola, con le sue sculture colorate e luminose: abbiamo appena parlato di un possibile futuro progetto insieme…».
Un aneddoto della sua lunga carriera?
«Era tour manager, concerto in Sicilia, a 5 km da Corleone, anni ‘80. Vado in paese ed è davvero come nel film Il padrino. Entro in un bar, che tra l’altro era l’Inter club di Corleone, scelgo una granita, quando esco mi fermano due carabinieri. Si autoinvitano al concerto della sera e si presentano in otto. Il giorno dopo sono invitato io in caserma: mi spiegano che Corleone è il luogo più tranquillo del mondo. L’unico reato dell’anno era stata una rapina in Posta: il giorno dopo i ladri si erano consegnati con bottino annesso».
Ha due figli, che padre è stato ed è?
«I miei due figli hanno 25 anni di differenza. La più grande, Giulia ha 33 anni, è già madre; il più piccolo, Luca 8 anni, ha una grande passione per il calcio, gioca nell’Accademia dell’Inter e mi diverto ad accompagnarlo ai tornei. Sono stato un papà diverso per età e situazioni: con Giulia avevo meno tempo anche se sono sempre stato molto presente, con Luca ci sono dinamiche maschio-maschio, come la condivisione dell’amore per il calcio o i cinque minuti di lotta al mattino, nel letto, assolutamente necessari per partire con la giornata. Sono contento perché tutti e due sono persone belle».
Conoscere Emergency l’ha cambiata?
«Ho conosciuto Gino Strada che per me è diventato un fratello e ancora oggi continua il mio impegno per Emergency. L’Inter ha devoluto tutte le multe dei calciatori a Emergency e un ospedale in Afghanistan è stato quasi del tutto finanziato con quei soldi. Una delle esperienze più intense della mia vita è stata la settimana con Gino in Africa, dove ho assistito a una decina di interventi a cuore aperto: salvavano bambini grazie alla sostituzione della valvola mitrale. Il primo giorno mi hanno posizionato di fianco al lettino della sala operatoria e pensavo di non farcela, di svenire, invece, l’emozione positiva è stata talmente intensa, da dimenticare tutto il resto. E’ un’esperienza che ti cambia la vita, ti fa capire quali siano le priorità e ti rendi conto di quanto la società spesso sia ingiusta. Ci sono Paesi in cui l’obiettivo e la speranza sono quelli di arrivare almeno al giorno successivo… Conoscere questa realtà da vicino, cambia le regole del gioco. Emergency cura gratuitamente, con standard altissimi. A coloro che criticano non posso non dire: vai a toccare con mano. Io che ero solidale sono rimasto sconvolto da ciò che riescono a fare, se sei incredulo, lo sarai ancora di più».
Le piace Milano?
«Sono molto legato al mio territorio e adoro Milano. Solo una volta ho rischiato di andare altrove, ma ponendo come condizione quella di fare il pendolare con Barcellona; alla fine sono rimasto. Milano è una bella città, con tutte le contraddizioni delle metropoli: il fascino del centro invaso dai turisti, una città di interesse europeo con avvenimenti importanti, ma anche le problematiche da risolvere soprattutto legate alle periferie».
Cosa manca a Milano?
«Le prossime Giunte devono lavorare in maniera massiccia sulle periferie: il loro rilancio è da mettere al primo posto. Questo garantirebbe anche maggiore sicurezza; il degrado porta con sè reati e criminalità. Mi preoccupano gli investimenti dei gruppi malavitosi. Vorrei riportare le persone fuori casa grazie ad appuntamenti diffusi, con una cultura che arrivi nei giardinetti e abbia costi accessibili, mantenendo la qualità. Adesso abito di fronte allo stadio di San Siro e spero davvero non lo abbattano: causerebbe un danno ambientale pesante. Lo si potrebbe utilizzare per musica e altri sport, pur realizzando un altro stadio per la serie A. E poi è un pezzo della storia cittadina».
Ha rimpianti?
«Aver interrotto l’università perché dovevo trovare un lavoro per aiutare la mia famiglia. Ho lasciato Filosofia per un’azienda siderurgica e quando mi sono licenziato dal posto fisso per iniziare l’avventura Smemoranda, mio padre si arrabbiò tanto da togliermi quasi il saluto. Poi, però, alla festa per i 18 anni della Smemo, al PalaTrussardi, mi disse di essere orgoglioso. Avrei voluto aver scritto sulla carta d’identità, alla riga professione “filosofo”, come un mio amico. Sono piccoli rimpianti. Forse c’è stata qualche delusione, di persone che pensavo vicine e invece si sono allontanate… ma anche questo fa parte della vita».
Obiettivi futuri? Sogni?
«Voglio riposarmi. Vedere mio figlio diventare un calciatore. Investire molto sul sociale per diffondere i valori della pace e del dialogo: bisogna dirlo a quei signori che si stanno bombardando e che non parlano. Ho lavorato per 40 anni e adesso voglio dedicarmi alle cose belle, che mi piacciono, frequentare solo persone che mi piacciono (come dice Tarantino). Sto aiutando un amico con il suo locale, per portare eventi e magari uscirà un libro con la mia biografia. Penso a quel personaggio dei fumetti, vecchio e senza freni inibitori: potrebbe diventare il mio referente culturale!».