L’Italia custodisce il più grande museo a cielo aperto del mondo: un patrimonio diffuso di monumenti e statue commemorative che abitano piazze e vie di città grandi e piccole, spesso ignorato o dato per scontato, ma centrale nella costruzione dell’identità collettiva del Paese. E’ proprio l’esperienza italiana, infatti, ad aver definito un modello monumentale che si è imposto a livello internazionale. «MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria», progetto espositivo a Palazzo Madama, a cura di Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano in collaborazione con l’Amministrazione civica, nasce dall’incontro tra una necessità di rilettura critica e un’occasione concreta: la capillare campagna fotografica condotta da Giorgio Boschetti, che ha restituito ai monumenti torinesi una presenza nuova e inattesa. Attraverso immagini notturne di forte impatto, le statue emergono dal buio come figure isolate, sottratte al rumore urbano e restituite a uno sguardo ravvicinato, capace di coglierne espressioni, posture e tensioni formali. Un lavoro che non documenta soltanto, ma riattiva, trasformando la città in un vero e proprio teatro della memoria.
A queste immagini fa riscontro l’imponente mappa di Torino realizzata a china su carta da Alessandro Capra, che ha adottato una sorprendente soluzione “ibrida”: la veduta zenitale del cuore antico della città, incentrata su piazza Castello e su Palazzo Madama, lascia gradatamente il posto a una veduta a volo d’uccello, che termina all’infinito meridiano sul Monviso. Nella fitta rete di vie e di piazze che compongono il tessuto urbano, si collocano i 79 monumenti pubblici di Torino, numerati in pianta e rappresentati a uno a uno in singole formelle lungo i bordi, in una visione complessiva che consente a chi guarda di cogliere l’insieme dei monumenti e la loro distribuzione sul territorio.
La mostra indaga un secolo di statuaria commemorativa pubblica a Torino concentrandosi su oltre cinquanta gruppi scultorei e offrendo una lettura storico-critica, artistica, urbanistica e sociale delle scelte che hanno modellato il volto simbolico della città. Il percorso prende avvio nel 1838, con l’inaugurazione del Monumento equestre a Emanuele Filiberto di Carlo Marochetti, e si estende fino agli anni Trenta del Novecento.
«Il monumento non è mai un punto fermo della storia – commenta il direttore di Palazzo Madama Giovanni Carlo Federico Villa – è un sistema complesso che mantiene aperta una domanda: sul passato che evoca, sul presente che lo interroga, sul futuro che lo riceve. La maturità di una comunità democratica si misura nella capacità di sostare in questa tensione, senza ridurla a semplificazione né risolverla nella rimozione. In questo orizzonte, la grammatica monumentale torinese non indica soluzioni definitive, ma offre strumenti critici: insegna che la memoria pubblica vive solo se resta relazione, se accetta il tempo come condizione, se rinuncia all’illusione della neutralità. E’ in questa esposizione alla durata e al conflitto che il monumento conserva, ancora oggi, la sua funzione civile».
Attraverso opere e monumenti emerge una Torino dai molti volti: la capitale sabauda dei principi, dei condottieri e dei soldati; la città dei santi sociali; la città capofila del Risorgimento; la Torino laica capace di commemorare figure della scienza, dell’impegno civile e dell’imprenditoria.
Il percorso espositivo riunisce circa cento opere (modelli in gesso, bronzetti, disegni progettuali, periodici, fotografie e manifesti) che illustrano il lavoro degli artisti coinvolti nell’impresa di monumentalizzazione della città: in primis, Carlo Marochetti e Pelagio Palagi, prediletti dal re Carlo Alberto ed esponenti del romanticismo, cui subentra dopo il 1850 il ticinese Vincenzo Vela, che impne la propria visione verista, trasformando il modo di concepire la scultura monumentale. Nel solco formato dal suo insegnamento si collocano Giovanni Albertoni, Odoardo Tabacchi, Giuseppe Cassano, Giuseppe Dini, Alfonso Balzico. Sul finire del secolo l’avvento del Liberty e di spinte neoromantiche si avverte nell’opera di Davide Calandra, mentre Pietro Canonica, Edoardo Rubino, Arturo Martini, Eugenio Baroni sono i protagonisti dei primi trent’anni del Novecento, segnati dalla prima guerra mondiale e dall’avvento del fascismo. la mostra è visitabile fino al 7 settembre.