di Stefano Ribaldi*
Il mio amico Franco Cordelli, il più importante fra i critici teatrali, racconta che nel ’77 in una cantina romana trasformata in appuntamento underground, l’Alberichino, una sera si recò per assistere a uno spettacolo di un giovane comico d’avanguardia. Scese le scale e scoprì che la sala era vuota e apprestandosi ad andarsene fu richiamato dall’attore sul palcoscenico che lo pregò di restare poiché comunque lui avrebbe portato a compimento la sua esibizione, fosse anche per un solo spettatore, l’unico pagante di quella serata. «L’attore si rivelò per quello che è, un mago. Il giorno dopo scrissi un lungo articolo, era intitolato: è nato un nuovo Fregoli» ricorda ancora Cordelli. Da quel giorno la sala fu sempre piena e quel coraggioso artista non si è più fermato passando da un successo a un altro: Carlo Verdone.
La quarta stagione di “Vita da Carlo” ne è un po’ la conferma. Verdone ritrova lo smalto autentico della prima serie, che forse si era un po’ perso nelle successive edizioni per inseguire un intreccio un po’ forzato, usando lo stratagemma classico: quello della valigia dell’attore riesumando cioè ricordi, amici e situazioni con l’imbarazzo di essere ogni tanto autocelebrativo (tanto da non volersi far chiamare “maestro”) ma lasciando allo spettatore la “madeleine” della nostalgia per la brillantezza che fu della commedia all’italiana di cui forse Verdone è stato l’ultimo autentico interprete. Affermo interprete perché nel suo caso sono i suoi personaggi, archetipi di figure sociali, a parlare e a essere ricordati con vizi e virtù, nei quale nascondere sempre un po’ di sé stesso, e per questo erede di un genere che ha avuto con Sordi, Manfredi e Tognazzi vette di eccellenza. Con questo non voglio dire che non esiste più la comicità nel nostro cinema, anzi il successo di Zalone o il talento dei vari Albanese, Cortellesi – e tanti altri – dimostra il contrario, ma si è trasformata in prestazioni di show man o woman, anziché in esegeti di costume.
Quel genio televisivo che si chiama Giancarlo Governi, che ha condiviso con Andrea Camilleri, oltre che l’amabilità, anche l’incomprensione in Rai della sua bravura riconosciuta solo postuma al loro fine carriera, dal ’79 all’86 deliziò lo spettatore nazionale con un programma “Storia di un italiano” con un plot narrativo semplicissimo: raccontare l’evoluzione del Paese dal dopoguerra in poi con i brani dei film interpretati da Alberto Sordi e legati fra loro dall’intelligenza musicale di Piero Piccioni e arricchiti qua e là da brevi spezzoni di cinegiornale per inquadrare meglio gli avvenimenti dell’epoca. Il risultato fu un vero capolavoro che secondo me andrebbe riesumato per far comprendere ai “millennial” origini e bagaglio di quest’Italia ahimè spesso senza reminescenza.
Ecco “Vita da Carlo” è qualcosa di timidamente simile, nelle pieghe del racconto dei personaggi c’è il bel Stivale e quindi un po’ tutti noi, con quel transfert di identificazione che è la chiave psicologica della comicità nostrana.
Ecco quello che potremo chiedere a Verdone: affrontare con coraggio una prossima stagione riprendendo il filone dei film propri e del “maestro” Sordi, e forse di pochi altri, per ricostruire la storia a volte felice e a volte triste, epica e drammatica, di quasi un secolo per restituire la memoria sociale al pubblico italiano di tutte le generazioni e forse anche la dignità culturale spesso derisa dalla pochezza di alcuni talk show.
*autore e produttore tv