Il commento di Stefano Ribaldi*

«La grazia», il film da vedere due volte: Sorrentino o lo si ama o lo si detesta

*autore e produttore TV.

«La grazia», il film da vedere due volte: Sorrentino o lo si ama o lo si detesta

di Stefano Ribaldi*

Mariano De Santis, detto Cemento Armato è un presidente della Repubblica anziano, stanco e disilluso, autore in passato di un testo iconico e monumentale sul Diritto Penale, ormai a fine mandato, intrappolato nel mondo dorato, ma gelido, del Quirinale. Accanto a lui, oltre a un devoto corazziere, la figlia (una intensa Anna Ferzetti) che ha dedicato la sua vita al padre e, sulle sue orme, alla giurisprudenza. Lo affianca con devozione e in qualche modo cerca di indirizzarlo, sia privatamente con una rigida dieta alimentare sia pubblicamente sollecitandolo a vincere il suo immobilismo con due passaggi importanti prima del semestre bianco: la firma di una legge a favore dell’eutanasia e due richieste di grazia da parte di condannati a pene detentive per reati gravi.
Questa è la trama di «La Grazia» l’undicesima fatica del regista contemporaneo Paolo Sorrentino, ascrivendo altri grandi come Taviani, Avati o Moretti a una generazione precedente, più in voga e più volutamente divisivo del panorama nazionale. Paolo Sorrentino o lo si ama o lo si detesta e questo è il motivo per cui lo commento a qualche mese dalla sua uscita nelle sale e ora visibile sulle piattaforme video.
«La Grazia» è uno di quei film che vanno visti due volte come suggeriva per le opere Pasolini, poiché nella prima è volutamente irritante, anzi oserei arrogante, e solo a una seconda lettura appare in tutto il suo interesse e significato, pieno come è di sottigliezze e riferimenti colti e attuali.
A Sorrentino in fondo la trama interessa poco è quasi una sovrastruttura suggerita dagli avvenimenti, quello che effettivamente lo intriga è raccontare l’uomo nei suoi vizi moderni che rispecchiano una cultura passata e passatista, oramai svuotata di valori. Così come nel «E’ stata la mano di Dio» il film parte come un manifesto di sana coscienza democratica e buona politica con qualche nota grottesca come la visita del presidente portoghese in un gioco di specchi, ma si trasforma presto in un apologo sulla vita. Sorrentino sembra mettere da parte, almeno in tanti momenti del film, quel cinismo che spesso accompagna trasversalmente le sue narrazioni per innamorarsi dei suoi personaggi, compreso un cavallo. Questo presidente, ferito per la perdita dell’adorata moglie ma ancor più per un suo tradimento, è alla ricerca della grazia, non solo quella che potrebbe concedere agli assassini o a sé stesso, ma proprio la grazia intesa come stile di vita libero, gioioso, armonioso, dotato di quella capacità di ricominciare, di rendere fertili i dubbi, di mettere in discussione le prassi consolidate. Il gioco sta tutto nell’infrangere le regole, stupire innanzitutto sé stessi e portare una dose di ironia e di fiaba nella narrazione per un ruolo così tanto codificato e riprodotto. Rimane impresso anche il personaggio di Coco Valori (la bravissima Milvia Marigliano), esperta d’arte e amica di sempre a cui spetta una battuta indimenticabile e la rivelazione di un fondamentale segreto.

*autore e produttore tv