Il commento di Stefano Ribaldi*

Jan Brokken: il viaggio come eredità della memoria

*autore e produttore TV.

Jan Brokken: il viaggio come eredità della memoria

di Stefano Ribaldi*

Jan Brokken, scrittore olandese, è una tra le voci più autorevoli della letteratura di viaggio contemporanea e ha costruito la propria opera attorno a un’idea tanto semplice quanto controcorrente: il mondo non si conosce accumulando destinazioni, ma entrando in relazione con le storie che ogni luogo custodisce. «La malinconia del viaggiatore» è il suo ultimo lavoro ed è molto più di un libro sul viaggio. E’ una riflessione sulla memoria europea, sulle tracce che gli uomini lasciano nei paesaggi e sulla capacità della letteratura di riportarle alla luce. Brokken non guarda le città come scenografie monumentali. Le considera organismi viventi, sedimentazioni di esistenze, di incontri, di fughe, di sconfitte e di rinascite. Ogni strada diventa una pagina, ogni edificio un archivio, ogni piazza un luogo dove il tempo continua a dialogare con il presente. La malinconia evocata dal titolo rappresenta la consapevolezza che ogni viaggio è anche un incontro con ciò che non possiamo più vedere. Gli artisti, gli scrittori, i musicisti, gli esuli che hanno attraversato quei luoghi continuano a vivere nelle loro opere, nelle pietre delle città, perfino nell’atmosfera che ancora oggi le caratterizza. Il viaggiatore, allora, diventa quasi un archeologo della memoria.
In questo senso Brokken si colloca in una tradizione letteraria che attraversa il Novecento europeo. Come Sebald, cerca nelle geografie le cicatrici della storia. Come Magris, considera il viaggio un dialogo incessante tra culture e identità. E come Chatwin comprende che il movimento è una condizione dello spirito prima ancora che del corpo. Ma la sua voce rimane originale. Dove Sebald lascia emergere il peso della memoria e Magris riflette sulle frontiere della Mitteleuropa, Brokken privilegia l’incontro umano, la biografia nascosta dietro ogni paesaggio, restituisce al viaggio la sua dimensione culturale.
Visitare un luogo significa riconoscerne la complessità, accettare che nessuna guida possa raccontarlo fino in fondo e che la sua vera identità sia fatta soprattutto delle persone che lo hanno abitato. Il suo racconto si basa su una esperienza attuale, scevra dell’epica delle scoperte del passato ma non per questo priva di riflessioni e insegnamenti per il futuro. La geografia, nelle sue pagine, si trasforma così in una disciplina umanistica. Le mappe non servono più soltanto a orientarsi nello spazio, ma a comprendere il destino degli uomini. Le coordinate diventano racconti, gli itinerari si intrecciano con le vicende individuali e la storia smette di apparire come una successione di date per assumere il volto concreto di chi l’ha vissuta. Forse è proprio qui che nasce quella malinconia del viaggiatore evocata dal titolo. Non dalla tristezza della partenza, ma dalla coscienza che nessun luogo potrà mai essere conosciuto completamente. Ogni città conserva sempre una parte di sé che rimane invisibile, affidata ai ricordi, alle testimonianze, alla letteratura. Un limite che Brokken non vive come una sconfitta, bensì come il motore stesso del desiderio di partire ancora.
In un passaggio dei Diari, Albert Camus osservava che «viaggiare serve a dare un nome più preciso alle cose». Brokken sembra suggerire qualcosa di ancora più radicale: viaggiare serve a dare un nome alle persone che quelle cose le hanno create, amate, perdute.
Questo il significato più autentico della sua opera. Non insegnare dove andare, ma ricordarci che ogni paesaggio è, prima di tutto, una storia umana.

*autore e produttore TV