Giulia Ottonello, genovese, racconta di sé con grande generosità, trasparenza e schiettezza. In ogni sua parola si percepisce come la sua voce e la sua arte vogliano volare nel cielo e nello stesso tempo la sua consapevolezza e la sua umiltà la tengano ancorata alla terra, perché «si deve studiare, sempre».
In questa stagione sta lavorando, in particolare, in due importanti produzioni di teatro musicale: è Milly in «7 spose per 7 fratelli» e Adriana in «Rocky».
Come affronta questi ruoli?
«Sono emozionata e anche un po’ agitata perché mi sento investita di una grande responsabilità per questi due ruoli importanti nelle produzioni di Fabrizio Di Fiore Entertainment, con la regia di Luciano Cannito e al mio fianco Mario Ermito. Milly è un’occasione capitata all’improvviso, un regalo. La storia è un classico, conosciuto e amato da tutti, che suscita entusiasmo e richiama tantissimo pubblico a ogni replica. Questa produzione, in particolare, è bellissima, il cast pazzesco e con Mario abbiamo subito instaurato un particolare feeling professionale e umano. Lui sognava di essere un uomo del West ed è perfetto. Per me Milly è uno dei ruoli più intensi, coinvolgenti e impegnativi che abbia interpretato. Ambientata nell’Oregon del 1850, la vicenda racconta le avventure della giovane Milly, che sposa il rude boscaiolo Adamo Pontipee senza sapere che, una volta giunta alla fattoria, dovrà prendersi cura anche dei suoi sei fratelli: rozzi, rissosi e totalmente ignari delle buone maniere. Con pazienza e determinazione, Milly riesce a trasformarli in gentiluomini e perfetti pretendenti per le sue amiche del villaggio. E’ quasi come un triathlon! E poi c’è Adriana, ecco è un pentathlon!».
Ancora più impegnativo, dunque…
«Per me un sogno che si realizza essendo una grande fan di Rocky. Fin da bambina guardavo tutti i film con Sylvester Stallone: proprio lui ha anche scritto l’adattamento teatrale e molto modestamente, per quanto possa valere la mia parola, mi permetto di dire che è davvero ben scritto. E’ fedelissimo al primo film. Questa versione musicale, con le canzoni iconiche, è una grande scommessa per il pubblico italiano che indica il grande coraggio di questa produzione: Rocky è una storia che può parlare a tutti, è la storia di tutti noi; un grande riscatto, molto motivazionale. Potrebbe anche invitare a teatro spettatori nuovi, che magari non sono abituati alle commedie musicali e potrebbero invece scoprire un genere grazie alla passione per lo sport o per quei film».
E Adriana?
«Un ruolo toccante, intenso, non facile. Mi ricorda alcune vicissitudini personali che ho affrontato e anche per questo è stato complesso. Sono stata schiaffeggiata in faccia da questa donna».
Si sente la “regina del musical” come la definiscono spesso in questo ultimo periodo?
«Grazie per questa domanda: mi hanno regalato un titolo ma non hanno mai chiesto il mio pensiero! E’ un’affermazione forte e importante, sono lusingata e felice. Di certo so che ce la sto mettendo tutta per essere sempre preparata e dedico grande attenzione al teatro musicale. Ho iniziato molto presto, dal 2004 calco i palcoscenici dei musical: una generazione di tempo. Sono quasi una veterana. Ecco, forse il segreto è questo: sto lavorando da tanto. Ma non so se basta per poter essere definita “regina”; in Italia ci sono tanti bravi interpreti…».
In realtà ha iniziato ancor prima del 2004…
«Sì, con Amici, che alla mia epoca (e posso proprio dirlo!) era strutturato come una Fame Accademy (sarà anche per questo che adoro il musical Fame) dove si intersecavano danza, canto e recitazione. Questa tridimensionalità mi ha portata a essere predisposta per il linguaggio del teatro musicale. Dove si unisce la multidisciplinarità, anche se nasco come cantante».
Il sogno?
«Lavorare nel cinema, ho già fatto qualcosa ma vorrei tornare sul grande schermo. Non necessariamente da protagonista. Un film, una storia, non per forza musicale; beh, se mi chiamano per un altro “La La Land” risponderei comunque subito sì! Ho doppiato, lavorato in tv, cinema, teatro, mondo della discografia: e ogni approccio, ogni linguaggio è diverso, con strutture differenti. Io sono eclettica e mi dà gioia poter accogliere stimoli sempre nuovi».
Ama cambiare?
«Ho paura che arrivi quel momento in cui ti “siedi” e lavori sull’eco di te stessa, pensando di essere “arrivata”, invece, ci sono situazioni in cui mi sento inesperta e capisco di aver ancora tanto da imparare e sperimentare e questo mi stimola. Studio sempre. Mi sono iscritta al conservatorio, per esempio…».
Ha dei modelli ai quali si ispira?
«Mi affascina il percorso di Barbra Streisand che ha unito teatro, cinema e musica, o quello di Meryl Streep che non tutti ricordano negli esordi da cantante, o Cher con la sua incredibile carriera. Mi stimola il fatto di non rimanere nella mia zona di comfort e mi aiuta a capire che “non bisogna tirarsela” o “alzare la cresta” ma crescere in modo sano, tenendo dritta la barra».
Cosa l’ha aiutata a non perdere la direzione giusta?
«In questi ultimi anni mi ha aiutata molto la psicoterapia, il lavoro su me stessa, la meditazione, l’ascoltarsi: un aspetto che fino a pochi anni fa non sapevo fare bene e invece segna la differenza nei rapporti umani e professionali. Interpretare un ruolo è questione di empatia».
Anche Genova, la sua città d’origine, la aiuta?
«Tornare a Genova mi aiuta a tornare con i piedi per terra. Genova se ne frega di chiunque tu sia, per lei sei come tutti gli altri. Ci sono i pro e i contro ma, in modo crudo, mi permette di essere fedele a me stessa. Se frequentassi solo Roma e Milano in funzione del lavoro, degli ambienti dedicati, delle pubbliche relazioni, senza mai staccare la spina, perderei il contatto con me stessa. A Genova mi ricordo da dove sono partita e possa essere orgogliosa della strada che ho percorso. Genova, poi, io la amo alla follia e quindi non sono la persona giusta per raccontarla in modo oggettivo. Certo per la mia professione non è una città facile e infatti lavoro più nel resto d’Italia rispetto alla “mia casa”. Però torno, anche perché ho tutta la mia famiglia».
Un consiglio per i giovani che vogliono intraprendere la sua carriera?
«Procedere un passo alla volta, con costanza, tanto ci penserà la vita a colpire. Lo scarto sta nel come si decide di affrontare quei colpi: se rispondere o incassare. Il mantenersi a galla fa la differenza sul lungo periodo. Ci vogliono tanto amore, gratitudine, serenità, tantissimo impegno e lavoro su noi stessi, come esseri umani».
Le rimane del tempo libero? Ha degli hobby?
«E’ una fase della vita in cui sono davvero impegnata, per fortuna, ma cerco di trovare il tempo per la meditazione, lo yoga, per studiare ma anche per socializzare e chiacchierare con gli amici».
Lei ama molto gli animali e si è spesa per campagne di sensibilizzazione contro l’abbandono e i maltrattamenti: quale l’appello?
«Ho due cani, amo gli animali e non mi capacito di come, nel 2026, possano ancora esserci persone che maltrattano, uccidono, abbandonano. Il senso di impotenza e il dolore sono così forti che mi distruggono. Bisogna dire basta. Ho sviluppato una teoria: sulla terra ci sono persone che non sono umane ma sono involucri di mostruosità mista a ignoranza, che hanno perso il cuore. E questo non solo riferito alle brutture compiute sugli animali. Se pensiamo alle guerre, ai massacri, alle violenze, agli stermini perpetrati ai danni di bambini, donne, anziani, popolazioni civili indifese… mi chiedo: dove abbiamo sbagliato come esseri umani?».