«Ciò che mi emoziona di più è l’essere riconosciuta come artista in quanto tale, non tanto la notorietà».
Daniela Piccirillo, chitarrista delle Bambole di pezza, è nata a Gozzano, si è trasferita a Milano per frequentare il Politecnico ed è tornata da poche settimane da Sanremo, dove la sua band ha ottenuto la 13ª posizione al Festival della canzone italiana, pronta per il debutto del nuovo album e per un tour dal vivo.
Cosa è camb iato dopo la partecipazione a Sanremo?
«Il calendario inizia ad affollarsi di date e il Festival è stato una palestra mediatica per le interviste, ma alle spalle ho vent’anni di attività musicale, gavetta compresa, quindi il Festival non mi ha cambiata. Mi fa piacere il riconoscimento di una credibilità che ho e abbiamo costruito. La musica non è un hobby, è la passione guidata, anche se non è semplice mantenersi con la musica se non si è orchestrali o docenti. Ora si è realizzato un sogno».
Come è nata la passione?
«Sono sempre stata attratta dal palco e dallo spettacolo. Fin da piccola. L’artisticità è sempre stata la mia caratteristica principale. Estroversa, sognavo di rilasciare interviste, saccheggiavo l’armadio di mamma per vestirmi da pop star e davanti allo specchio cantavo con un pestello per microfono. Il mio vicino di casa, che suonava in una band di liscio, mi ha messo in mano una chitarra con la quale potevo sperimentare la mia musica: avevo iniziato con il pianoforte ma il repertorio classico non mi dava soddisfazione. Con il trascorrere degli anni i miei gusti musicali si sono diversificati rispetto a quelli di mia sorella che preferiva gli italiani. Ero alla ricerca di una strada alternativa, di un ritmo e una musica live che fosse anche donna, che fossero rock. Adoravo Janis Joplin, The Doors, Pink Floyd, Nirvana, Dire Straits. Avevo la musica dentro e dovevo tirarla fuori».
Genitori, amici: come hanno vissuto questo suo interesse?
«Mia madre era abbastanza contraria: mi ripeteva di non investire nella musica perché non mi avrebbe assicurato un futuro, ma di pensare a una laurea, un posto fisso e una famiglia. Io ho sempre cercato di ricavare spazi ed energia per un progetto che secondo me valeva la pena costruire. Intorno, invece, non avevo molte persone “simili a me”: volevo comporre ma esistevano solo cover band. In provincia ho sofferto un po’. Per fortuna avevo anche amici con il sangue “alternativo” e ci scambiavamo musica e riviste. A Milano mi sono sentita a mio agio, ho scoperto che esistevano dei miei simili».
Pro e contro del crescere in provincia?
«La provincia mi ha aiutata a desiderare, a muovermi, a cercare, ad avere fame di andare via e di realizzare il mio sogno. La provincia serve per raggiungere qualcosa di più grande. Nello stesso tempo ti aiuta a sentirti più sicuro, più protetto. Mia sorella, per esempio, non lascerebbe mai il paese per la città. Io, invece, mi sentivo giudicata ed etichettata: anche per il look che avevo, si chiedevano se fossi una brava ragazza o meno. Eppure la provincia mi ha reso forte e per questo la ringrazio».
Torna?
«Sì. Ammiro il Monte Rosa, il Lago Maggiore e mi sento a casa. E’ la mia terra. Sono le mie origini. Sento quella che sono stata e sono ancora. Sogno di avere lì una seconda abitazione. Mi piace stare con la mia famiglia, i nipoti, vedere il territorio che cambia: c’è fermento anche in provincia di Novara».
E comunque, ha anche accontentato sua madre…
«Sì! Ho fatto tutto! Mi sono laureata, ho comprato una casa, ho una figlia che ora ha 11 anni e un lavoro a tempo indeterminato, la mia attività di imprenditrice moda bambino. Il filo conduttore è però sempre stato la musica, è sempre stato la band e ho potuto far capire a mia madre come non fosse un gioco. Il palco di Sanremo lo ha fatto comprendere anche a lei. Insomma, ho potuto sfoggiare un “te l’avevo detto!”».
Sua figlia segue le sue orme?
«Si chiama Amelia Musica. Un destino nel nome, un tributo a ciò che di meraviglioso è presente nella mia vita. In maniera naturale si è avvicinata al canto, al pianoforte, suona la batteria e frequenterà una scuola media musicale dove suonerà il clarinetto. Sono orgogliosa della sua personalità e della sua forza, della complicità che c’è tra noi. D’altra parte è stata molto a contatto con le Bambole di pezza, donne emancipate e libere, che non si fanno mettere i piedi in testa».
Come ha incontrato la band?
«La band era già formata e avevo seguito dei concerti. Mi hanno proposto un provino e mi sono proposta come bassista, in realtà poi mi hanno presa come chitarrista. Mi sono lanciata. L’idea di una band di sole donne mi “gasava”. Abbiamo avuto momenti più o meno intensi, una fase più scatenata e punk, poi una pausa, a partire dal 2008, e quando abbiamo ripreso io e Morgana, con una rinnovata formazione, abbiamo capito di aver raggiunto una maturità diversa, con gusto e stile diversi. Siamo abituati a pensare a certi percorsi come esclusivamente maschili, invece, siamo la dimostrazione che le donne possono essere libere e realizzarsi».
Qual è il vostro messaggio?
«Ci sentiamo impegnate politicamente e questo non vuol dire militare in un partito, ma lavorare per colmare il gender gap. C’è bisogno di femminismo e sorellanza: occorre fare rete, stare unite. Anche la canzone che abbiamo presentato a Sanremo “Resta con me”, letta in chiave band, racconta la necessità di esserci, l’una per l’altra. Se sei comunità, ogni peso diventa più leggero. E a questo si unisce la rappresentazione: far vedere che una band di sole donne ha lo stesso valore di una band di soli uomini. Far vedere che “è possibile” e nello stesso tempo non indicare l’universo maschile come “il male”. Vogliamo compiere un piccolo passo per stimolare le nuove generazioni. Sulla parità di genere e sulla percezione del genere vi è ancora molto lavoro da fare. Essere diversi è ciò che ci rende unici e deve essere valore non difetto. La nostra musica racconta questo e si impegna contro la violenza contro le donne: su questo tema abbiamo scritto “Non sei sola” che cantiamo con Jo Squillo».
Al Festival si è parlato anche di parità di genere, in sala stampa, e avete preso posizione in maniera netta…
«Affermare che dietro un grande uomo ci sia una grande donna o che la donna comanda in casa, come dimostrazione di una presunta parità, conferma solo pregiudizi e stereotipi. Per donne come noi, con valori e ideali che professiamo davvero, come stile di vita, come professionalità, quelle affermazioni non sono tollerabili».
Perché la scelta di partecipare al Festival?
«Avevamo un buon seguito, i concerti erano sempre partecipati ma ci sentivamo ancora “di nicchia” mentre desideravamo un palco importante per arrivare al grande pubblico. Ci hanno accusato di esserci vendute al mainstream, ma non è così perché abbiamo sempre camminato da sole. Già lo scorso anno avevamo scritto “Senza permesso” pensando all’Ariston, quest’anno avevamo il management giusto, che ha creduto in noi e che ha presentato il brano a Carlo Conti. L’annuncio di chi partecipa è davvero a sorpresa e quando abbiamo sentito il nostro nome, è stata un’esplosione di gioia».
Aspetti positivi della “macchina” Sanremo?
«Il piacere di suonare con un’orchestra è impagabile, una felicità che mi porto a casa: senti la musica e sei in una bolla. E poi non eravamo abituate ad avere persone sedute di fronte a noi ad ascoltarci! Abbiamo avuto tanto supporto dagli addetti ai lavori e ci siamo sentite davvero delle professioniste, dentro un “gioco dei grandi”, con l’entusiasmo dei bambini. Siamo passate da “Bambole di pezza, chi?” al 13º posto. E poi, nella serata cover, il medley pazzo con Cristina D’Avena è stato divertentissimo. L’emozione e la paura hanno lasciato spazio alla soddisfazione».
E negativi?
«L’impegno della parte mediatica, ma eravamo insieme e questo ha alleggerito tutto: abbiamo chiacchierato, giocato ai mimi durante le attese, con un team fantastico, sempre al nostro fianco. Quando hai vicino persone che ti vogliono bene, ti senti a tuo agio».
Quanto conta il look nel vostro mestiere?
«L’immagine conta tanto, soprattutto nello scenario rock. Noi siamo cinque elementi con personalità differenti eppure legatissime: è stato bello anche giocare con gli abiti e con i colori. Sul palco stai facendo spettacolo e devi essere nel personaggio, devi distinguerti. A Sanremo ho scoperto che anche il bianco e lo champagne sono colori rock… non solo il nero!».
Il sogno nel cassetto?
«Avere una carriera come i Rolling Stone o come gli AC/DC. Seguire le orme di quelle band che, nonostante gli anni sulle spalle e nelle articolazioni, hanno ancora qualcosa da dire. Non vogliamo essere un fenomeno che passa, ma una fiamma che entusiasma il pubblico e che resta».
I progetti più immediati?
«Il 27 marzo uscirà il nuovo album “5”, perché noi siamo cinque e questo è il nostro quinto lavoro. Sono 11 brani che trattano temi diversi, con il filo conduttore dell’amore in stile Bambole di pezza e quindi variegato: l’amore per noi stesse, l’amore come liberazione, l’inizio, la fine di un amore, ma anche la violenza che amore non è. Ad aprile partirà anche il tour live, prima data il 15 a Milano. Nella nostra chat “Bambole che pensano a suonare”, dove parliamo solo di musica, stiamo impostando la scaletta e la dimensione artistica dello show. Sarà bellissimo».