di Stefano Ribaldi*
«Cinque secondi», l’ultima opera di Paolo Virzì, uscita in sala un po’ in sordina nell’ottobre scorso e ora trasmessa su tutte le maggiori piattaforme televisive, non è il solito film a tema del regista toscano con l’intreccio di tante storie che vi convergono, ma è costituito da una sola eterna domanda: «la vita può essere un declivio di sofferenza e quindi se una persona è malata gravemente e senza speranza è giusto permetterle di morire senza opporsi, consentendole l’uscita in una manciata di secondi?».
Tutto ruota attorno a questo quesito fondamentale con un solo ruolo in campo, il protagonista Valerio Mastrandrea, coadiuvato di tanto in tanto dalla sempre brava Valeria Bruni Tedeschi che quasi come in una intervista lo sottopone a degli stimoli dialogando con lui.
Non si tratta però di un racconto sul fine vita, tutt’altro; quasi a specchio della storia principale di recisione si innesta una di rinascita con una nuova bambina che viene alla luce proprio grazie all’attenzione del protagonista che aveva scelto più o meno consapevolmente di lasciare andare l’altra esistenza per lui così importante: la figlia.
Il racconto scorre facile e lineare, quasi scolastico, tutto è casuale ma non senza causa, e la causa è talmente importante: se la sera si va a letto tutti profumati e la mattina ci si alza con l’odore di piscio perchè la malattia ci sottopone a un dramma senza speranza perchè avere «fiducia tanta fiducia» come Mastrandrea risponde nell’abbraccio alla figlia sconsolata? Bastano uno, due, tre, quattro, cinque secondi e tutto ha fine.
Ricordo quanto mi narrò un mio amico rugbista, ottimo atleta, a 16 anni: il padre lottava con un Alzheimer precoce, in quella fase era ancora cosciente e piangeva di continuo perché capiva, oltretutto chirurgo, quale terribile destino lo aspettasse.
Un giorno lo portò con sé agli allenamenti e mentre correva per scaldarsi il padre come una marionetta per riflesso involontario si mise a correre con lui. Non comprendeva il motivo ma il suo cervello malato gli diceva di correre con il figlio.
Dopo poco, evidentemente molto affaticato, iniziò ad avere battiti fuori misura, il cuore avrebbe ceduto. Il mio amico esitò a fermarsi poiché la domanda era a che serve preservarlo se non ci sono cure, se il prossimo percorso sarà solo tormento, in pochi secondi avrebbe avuto un infarto e così la sua fine. Non ebbe il sufficiente coraggio, si arrestò e soccorse il padre quasi esanime, ma il dubbio rimase.
La malattia durò altri 10 immensi anni peggiorando tanto da arrivare alla sedazione negli ultimi mesi per l’infiammazione della corteccia cerebrale.
La domanda era la stessa: a che serve tanto patimento! Anche in questo caso la vita però ebbe la meglio e dopo pochi mesi dalla sua morte nacque il mio unico figlio.
*autore e produttore tv