La mostra fino al 28 giugno

«100 fotografie per ereditare il mondo» al Mudec di Milano

Strutturata in sei sezioni, la mostra attraversa due secoli di storia della fotografia, dalle prime sperimentazioni, fra cui la lanterna magica e i dagherrotipi, al passaggio nella modernità, quando la fotografia smette di essere semplice testimonianza del reale e diventa un territorio di invenzione grazie alle avanguardie del Novecento, con figure come Man Ray, Aleksandr Rodcenko, André Kertész, Henri Cartier-Bresson e Philippe Halsman, accanto alle ricerche poetiche di Mario Giacomelli e alle provocazioni concettuali di Joan Fontcuberta.

«100 fotografie per ereditare il mondo» al Mudec di Milano

La fotografia rappresenta un linguaggio che custodisce il mondo, conservando la memoria, rivelando le trasformazioni, restituendo ferite, rinascite, cambiamenti, speranze. E’ fascinazione, conoscenza, bugia e verità insieme, uno strumento capace di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare; è il linguaggio della contemporaneità e, insieme, la memoria visiva dell’umanità. Da questa consapevolezza nasce la mostra al Mudec di Milano, visitabile fino al 28 giugno, «100 fotografie per ereditare il mondo». Strutturata in sei sezioni, la mostra attraversa due secoli di storia della fotografia, dalle prime sperimentazioni, fra cui la lanterna magica e i dagherrotipi, al passaggio nella modernità, quando la fotografia smette di essere semplice testimonianza del reale e diventa un territorio di invenzione grazie alle avanguardie del Novecento, con figure come Man Ray, Aleksandr Rodcenko, André Kertész, Henri Cartier-Bresson e Philippe Halsman, accanto alle ricerche poetiche di Mario Giacomelli e alle provocazioni concettuali di Joan Fontcuberta. Da qui si sviluppa un racconto più ampio, in cui la fotografia diventa memoria, introspezione, metafora e sguardo sul futuro, con immagini che hanno segnato la storia contemporanea – tra cui le fotografie di Joel Meyerowitz a Ground Zero – rivelando la potenza del fotografo come “occhio del mondo”, capace di trasformare eventi epocali in memoria collettiva. In parallelo, il percorso mette in luce come autori come Claude Cahun, Pierre Molinier e Robert Mapplethorpe abbiano invece trasformato la fotografia in un diario intimo, rendendo l’immagine un luogo di introspezione psicologica e simbolica.