E’ la più veloce del mondo sugli sci: Valentina Greggio, 35 anni, ha migliorato di oltre un chilometro il record che già le apparteneva e che aveva stabilito nel 2016.
Come ha iniziato?
«Ho iniziato a sciare a due anni e mezzo, perché mio papà e mio fratello maggiore sciavano e avevo voluto provare anch’io. La disciplina (sci di velocità) invece ho iniziato a praticarla a 19 anni: per fortuna un ex allenatore della nazionale abitava vicino a casa mia e mi ha chiesto se volessi provare. Io ero attratta dalla velocità e mi sono detta “perché no?”. Ne avevo sentito parlare, ma non avevo mai visto nulla dal vivo. Sono andata subito bene e ho continuato».
Quale rapporto con la velocità?
«Qualsiasi condizione fuori dalla normalità è difficile da controllare, ma è più difficile in volo o nel disequilibrio. Noi dobbiamo rimanere in equilibrio e fendere l’aria in modo che ci aiuti in questo. Io vado forte con gli sci, ma non faccio tutto così veloce. Quando arrampico con mio fratello, capita che io senta la paura nel compiere un passaggio e rallenti. Lui stesso mi dice “vai veloce sugli sci e ora sei ferma e hai paura?”. Raggiungo i 240 km/h sugli sci perché mi sento a mio agio e sono in confidenza con loro. Non tutto è uguale».
Quanto si allena?
«L’allenamento è quantificabile in anni. Poi, se vogliamo contare le ore al giorno, in estate si possono organizzare due allenamenti al giorno, a volte si sta sugli sci 24 ore, altre volte si resta in palestra per due. In inverno è più difficile perché lavoro».
Qual è il suo lavoro?
«Insegno scienze motorie a scuola».
Cosa pensa dei ragazzi e quali i suoi consigli?
«Odio l’atteggiamento rinunciatario. Sentir dire loro che qualcosa “è impossibile”. Può essere difficile, ma se qualcuno già la fa vuol dire che non è impossibile. E poi, bisogna provare e allenarsi e insistere per ottenere un risultato. A quel punto ci si sentirà ancora più soddisfatti. Certo, non tutti possono vincere la Coppa del mondo o battere un record e per questo non spingo troppo sull’agonismo, ma credo anche che un pizzico di agonismo insegni molto. Insegna non a vincere, ma a perdere. Quando va tutto bene, non si impara nulla. Praticare sport fa bene e questo lo sanno ormai tutti; lo sport insegna a uscire da una sconfitta, cogliendo il lato positivo. E quello che accade nello sport, accade anche nella vita. Per questo lo sport insegna a vivere».
Obiettivi a breve e lungo termine?
«A breve termine: dormire e riposarmi perché è stata una stagione impegnativa e lo stress mentale molto alto. A lungo termine fare i 250 km/h. Non so se lo porterò avanti; ho già fatto un record del mondo pazzesco, però…».
Lei è una che non si accontenta?
«Il mio allenatore dice che sono così e invece dovrei, ogni tanto. Io penso sempre si possa fare meglio e di più».
Ha del tempo libero?
«Poco. Cerco di frequentare gli amici perché non è giusto trascurarli per mancanza di tempo. Se non li vedo, quando avrò tempo, non avrò più gli amici… Nel periodo invernale ho anche il fine settimana impegnato perché sono anche maestra di sci».
E’ severa come docente?
«Esigente ma amo vedere i progressi e sono contenta quando gli allievi sono soddisfatti».
Ha altre passioni?
«Amo tutto quello che è sport. Ho un bel feeling con l’acqua ma al mare vado una volta all’anno, anche per le immersioni. Amo di più la montagna, la pratico di più. Nel periodo delle gare, quando viaggio leggo o faccio i cruciverba, ma non ho un libro particolare sul comodino: dipende dai periodi».
Piatto preferito?
«In questo momento la pasta alla carbonara, forse perché in Francia non si mangiava. Ma anche sul cibo, vario i gusti».
Nella sua disciplina si percepisce il gender gap?
«Sembra incredibile, ma lo sci di velocità è l’unica disciplina dove uomini e donne gareggiano nello stesso giorno, nello stesso momento, sulla stessa pista e con gli stessi materiali e quindi è facile confrontarsi. La battuta che mi ha sempre infastidita e che ho sentito spesso (e non so nemmeno se definirla maschilista) è stata “vinci perché le avversarie sono scarse”. Ho pensato di dover essere più veloce degli uomini; dovevo dimostrare che vincevo perché valevo e non perché le altre erano deboli. Quando ho ottenuto il risultato, ero doppiamente soddisfatta».
Portafortuna o riti scaramantici prima delle gare?
«Indosso gli stessi abiti per le finali e faccio tutto nello stesso ordine: un po’ per comodità, un po’ per scaramanzia…».
La sua disciplina attira i giovani?
«Molti si avvicinano allo sci da piccoli ma nessuno dice “voglio provare sci di velocità”. In Italia non abbiamo delle piste: come si può pensare che i ragazzi si avvicinino a questa disciplina? Sui social, ci sono dei commenti sotto ai miei video dove si mette in dubbio l’autenticità di ciò che si vede, qualcuno pensa che le prestazioni siano frutto del lavoro dell’intelligenza artificiale. All’estero, soprattutto in Francia e in Svezia, ci sono piste e circuiti dove si può assaporare la velocità, in Italia no e questo porta a pensare che quello che si vede in tv non sia reale».
Come vede il futuro della disciplina?
«Stiamo lavorando e mi piacerebbe disputare almeno una gara in Italia. Il sogno vero sarebbe avere una pista per i 200 km/h, lunga, veloce, con una zona d’arrivo per frenare. Intanto abbiamo la speranza che possa diventare uno sport Olimpico in vista del 2030: si deciderà a breve e potrebbe sbloccare tutto il movimento, considerando anche che le prossime Olimpiadi invernali saranno appena al di là delle Alpi».
Lei ha mai avuto un piano b?
«Questo forse era il piano b… non era scontato che io riuscissi a sciare a questo livello. Mia madre ha insistito tanto che io studiassi e il compromesso, raggiunto grazie a mio padre, di poter seguire tutte e due le strade, scuola e sport, non è stato facile. Al momento dell’iscrizione in università ero indecisa tra Scienze motorie e Fisioterapia, ma per quest’ultima serviva una frequenza che sapevo di non poter garantire con le gare. Comunque avrei pensato sempre a qualcosa di collegato allo sport».
Ha dovuto effettuare delle rinunce e ora ha dei rimpianti?
«In ogni scelta vi è una rinuncia a un’altra strada possibile, ma non ho rimpianti. Sono stata ripagata ampiamente degli sforzi che ho fatto. Sono contenta».
La vittoria che porta nel cuore?
«Ogni gara è a sé, difficile scegliere. Ho vinto tante coppe, tanti mondiali, ma il record credo sia quello che sento di più: non è scontato. Nelle gare alla fine uno vince, il record se non hai talento e non ti sei allenata, non lo raggiungi».
L’incontro che le ha cambiato la vita?
«L’allenatore che mi ha invitata a provare lo sci di velocità ma anche l’allenatore che mi ha incoraggiata a insistere quando volevo smettere. Aveva ragione e l’ho ringraziato».
Si concilia la carriera con la vita privata?
«Si può. Io ho un fidanzato che è in squadra e quindi è più “facile”. Deve comunque essere una persona che capisce e questo non è “facile”. Io mi sento ancora una 20enne, una Peter Pan e non ho ancora pensato ai figli. L’idea di abbandonare tutto mi disturba. Ho la fortuna.. o sfortuna… di vincere e questo mi dà una carica pazzesca. Devo fare pace con me stessa. Vedremo».