Inchiesta sulla parità di genere

Una ricerca della Bocconi spiega che le indicazioni per l’equità passano anche per l’educazione finanziaria

Il progetto di ricerca «Educazione finanziaria: la percezione di studenti e studentesse e le origini del gender gap» è rivolto agli studenti di 4ª e 5ª superiore e coordinato dai professori Ester Fanelli (Brown University), Umberto Filotto (Università di Roma Tor Vergata), Paola Profeta (Università Bocconi Milano) e Francesco Saita (Università Bocconi), in partnership con FEduF.

Una ricerca della Bocconi spiega che le indicazioni per l’equità passano anche per l’educazione finanziaria

L’assenza di competenze di base in campo finanziario potrebbe ampliare possibili disuguaglianze nell’età adulta. E a pagarne soprattutto le spese potrebbero essere le donne.
E’ da questo presupposto che ha preso avvio il progetto di ricerca «Educazione finanziaria: la percezione di studenti e studentesse e le origini del gender gap», rivolto agli studenti di 4ª e 5ª superiore, coordinato dai professori Ester Fanelli (Brown University), Umberto Filotto (Università di Roma Tor Vergata), Paola Profeta (Università Bocconi Milano) e Francesco Saita (Università Bocconi), in partnership con FEduF.

L’alfabetizzazione finanziaria in Italia è molto bassa e questa indicazione è confermata anche dal confronto con altri Paesi. Inoltre, le donne continuano a manifestare dei gap rispetto ai livelli degli uomini, malgrado negli ultimi decenni i livelli generali di scolarizzazione delle prime abbiano superato quelli dei secondi. In Italia questo divario di genere è presente già all’età di 15 anni (Ocse-Pisa). Il problema è aggravato dal fatto che spesso chi non possiede competenze elementari di finanza è anche meno desideroso di acquisirle e, fra le donne, tale problema pare più forte.

«Comprendere meglio non solo quanto gli studenti sanno di finanza ma anche come questo si leghi alla percezione che hanno dell’importanza di imparare la finanza e capire se in questo ambito esistono differenze fra ragazzi e ragazze – spiegano i docenti – e in che misura potenzialmente ciò possa legarsi alla percezione delle proprie abilità o alla possibile divisione dei ruoli in famiglia nell’età adulta, è fondamentale per poter capire come avvicinare alla finanza anche i giovani meno interessati, per i quali l’assenza di competenze di base potrebbe ampliare possibili disuguaglianze nell’età adulta».

In attesa delle risposte degli studenti e dell’analisi dei dati su questo specifico progetto, altri sono in itinere o conclusi per quanto riguarda l’Università Bocconi di Milano.

«Molti divari a livello economico tra uomini e donne hanno radici culturali – spiega Profeta – e quindi derivano dal contesto nel quale si è cresciuti, dalle persone che si sono frequentate. Le conseguenze possono essere carriere diverse e una segregazione nel mercato del lavoro. Le ragazze, lo sappiamo, investono meno nelle materie Stem e scelgono impieghi che le porteranno ad avere stipendi più bassi rispetto agli uomini».

Non si tratta di disparità di salario a fronte della stessa mansione e a parità di orario, ma di ruoli diversi e nel caso delle donne sono ruoli che determinano un reddito più basso e minor possibilità di raggiungere funzioni apicali.

«Il recepimento della direttiva europea sulla trasparenza salariale – continua Profeta – sarà comunque importante: conoscere è il primo passo per colmare il divario di genere».

Anche tecnologia e intelligenza artificiale sono state oggetto di studio nel contesto del gender gap: aiutano a ridurlo?

«Sono armi a doppio taglio perché accelerano la produttività, potrebbero ridurre l’impiego soprattutto maschile in quanto i settori dove le donne sono più presenti, come quello della cura, non possono fare a meno dell’umano – precisa la docente – ma nello stesso tempo se il mondo dal quale si parte non è paritario, l’IA non potrà far altro se non replicare quel modello. E questo avverrà soprattutto se le donne non saranno protagoniste: solo il 20-30% degli esperti digitale è donna; solo il 35% dei laureati Stem è donna. E questo ci preoccupa vista la trasformazione che sta avvenendo».

Insomma, se i vertici che gestiscono e “nutrono” le tecnologie sono uomini, il divario di genere non si ridurrà.

«Bisognerebbe parlare di meno e agire di più, altrimenti la parità non si raggiunge».