L'associazione

Una nuova speranza per chi sta in carcere con il Movimento italiano diritti dei detenuti

Il Movimento Italiano Diritti Detenuti da maggio punta a cambiare il racconto del carcere e a favorire il reinserimento attraverso la formazione, il lavoro e gli strumenti digitali.

Una nuova speranza per chi sta in carcere con il Movimento italiano diritti dei detenuti

C’è un dato che parla chiaro: in Italia circa sette persone su dieci che escono dal carcere tornano a delinquere. Un indice di recidiva che, secondo i promotori del neonato Movimento Italiano Diritti Detenuti, dimostra come il sistema penitenziario continui a faticare nel suo compito più difficile: preparare chi ha scontato una pena a rientrare nella società.

Da questa consapevolezza nasce quindi il Movimento, associazione senza scopo di lucro fondata da Giulia Troncatti (nella foto), con un cuore operativo a Milano, con l’obiettivo di promuovere una diversa cultura della detenzione, fondata sul rispetto dei diritti e sul reinserimento sociale. L’idea di fondo è semplice: un carcere che garantisce accesso allo studio, al lavoro, alla formazione e alle relazioni è un carcere che contribuisce anche alla sicurezza collettiva, perché riduce il rischio che una persona torni a commettere reati.

Il Movimento intende intervenire su due fronti. Il primo riguarda la società civile, ancora poco informata su ciò che accade all’interno degli istituti penitenziari. L’obiettivo è portare il tema della detenzione fuori dalle sole aule di tribunale e dagli ambienti degli addetti ai lavori, offrendo una narrazione più completa e meno condizionata da stereotipi e semplificazioni. Il secondo fronte è quello dell’azione concreta: sostenere le persone detenute e quelle che hanno terminato di scontare la pena attraverso iniziative che favoriscano formazione, orientamento e inserimento lavorativo. A caratterizzare il progetto è anche una forte componente tecnologica. L’associazione punta infatti a mettere il digitale al servizio dei diritti, sviluppando strumenti che possano aiutare le persone detenute e le loro famiglie a orientarsi tra procedure spesso complesse. Tra questi figurano un assistente basato sull’intelligenza artificiale per la predisposizione di alcune istanze previste dall’ordinamento penitenziario, un sistema per il calcolo della fine pena e dei benefici di legge e ZeroMail, un servizio che consente di inviare e ricevere corrispondenza tramite posta elettronica.
Il Movimento nasce, inoltre, con una struttura multidisciplinare che riunisce competenze giuridiche, accademiche, sociali e tecnologiche. La direzione progettuale e strategica è affidata ad Andrea Noia, mentre il comitato scientifico coinvolge studiosi ed esperti di diritto penitenziario e giustizia riparativa. La presidenza onoraria è stata affidata a Baz Dreisinger, tra le principali voci internazionali sui temi del reinserimento post-carcerario.

Nel manifesto del Movimento i dieci concetti chiave: «giustizia» e «vendetta» non sono sinonimi. La vendetta risponde a un danno con un danno equivalente. Non ricostruisce nulla. La giustizia ambisce a fare qualcosa di più difficile: riparare ciò che si è rotto con il reato sia nel rapporto tra i singoli, sia all’interno della comunità. Confonderle è un errore culturale che ha conseguenze devastanti. E ancora: il reato è uno strappo nel tessuto sociale che va riparato. La risposta retributiva e detentiva approfondisce la lacerazione, anziché ricomporla. Si può, invece, ricucire riconoscendo il danno, assumendosene la responsabilità, lavorando attivamente per ripararlo. Questo è il principio della giustizia riparativa. Non è indulgenza, è la forma di giustizia più esigente e umana che esista.

A ottobre in Piemonte la prima job fair

Dopo il ciclo di visite negli istituti penitenziari di Genova Marassi, Genova Pontedecimo e Imperia e l’assemblea pubblica «La comunità penitenziaria: il carcere secondo Pannella» svoltasi a Palazzo Tursi a Genova, che ha riunito istituzioni, avvocatura e società civile per rilanciare il tema del sistema penitenziario e dei diritti delle persone detenute, il Movimento Italiano Diritti Detenuti e Nessuno Tocchi Caino hanno annunciato il primo progetto concreto dedicato al reinserimento lavorativo: la Job Fair che si terrà a ottobre in Piemonte.

L’iniziativa coinvolgerà aziende del territorio piemontese e persone in esecuzione penale della provincia di Torino, con l’obiettivo di creare un incontro diretto tra domanda e offerta di lavoro. Il progetto rappresenta la naturale prosecuzione del percorso avviato con le visite negli istituti penitenziari liguri e con l’assemblea «La comunità penitenziaria: il carcere secondo Pannella”», dalla quale è emersa con forza la necessità di rendere il carcere sempre più aperto alla società e di costruire reali opportunità di reinserimento.

Cuore dell’iniziativa sarà il «Profilo di competenze», uno strumento innovativo sviluppato dal Movimento per valorizzare capacità, esperienze e potenzialità delle persone oltre i limiti del curriculum tradizionale. Accanto a questo, il progetto offrirà consulenza alle imprese sulle agevolazioni previste dalla normativa e un percorso di matching tra aziende e candidati.

«Con la nostra prima Job Fair vogliamo avvicinare il mondo delle imprese alla realtà penitenziaria, trasformando il diritto al lavoro in un’opportunità concreta di inclusione» dichiara Giulia Troncatti, presidente del Movimento Italiano Diritti Detenuti. Un modello che punta a ridurre la recidiva, rafforzare il legame tra territorio e sistema penitenziario e costruire un percorso replicabile fondato su responsabilità, competenze e relazioni. «Il carcere è, come ci ha insegnato Marco Pannella, una comunità e non una somma di parti contrapposte. E’ una comunità composta da persone detenute, personale dell’amministrazione penitenziaria, magistrati di sorveglianza, operatori, volontari, imprese e società civile. È un mondo in cui il cambiamento nasce dalla qualità delle relazioni e dalla collaborazione tra tutte le sue componenti. Occorre sostituire i rapporti di forza con le forza delle relazioni. Questa iniziativa va esattamente in questa direzione» hanno dichiarato Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, Sergio D’Elia segretario, ed Elisabetta Zamparutti tesoriera.

Presentato ufficialmente a Roma il 13 maggio 2026, il Movimento Italiano Diritti Detenuti si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della detenzione e di sviluppare strumenti concreti a sostegno del reinserimento delle persone private della libertà. Nel manifesto si legge: «La Costituzione italiana non conosce la parola “carcere”. Chi ha scritto l’articolo 27 (persone che il carcere lo avevano vissuto sulla propria pelle) ha scelto consapevolmente la parola “pene” al plurale. Non una sola risposta, non una gabbia inevitabile: un sistema aperto, capace di immaginare forme diverse di giustizia». E ancora: l’incarcerazione dovrebbe essere solo privazione della libertà personale, non dei diritti umani. Non dovrebbero essere concessioni che lo Stato elargisce per buona condotta, ma diritti che lo Stato ha il dovere di garantire. Pretendere che vengano rispettati non è compassione, è esigere che la legge valga per tutti, anche nei luoghi dove nessuno guarda.