L'inchiesta

Startup dell’anno nel 2023 è stata invece la D-Orbit di Fino Mornasco

L'intervista a Renato Panesi e Luca Rossettini, i fondatori della realtà che oggi ha sedi tra Europa e USA, oltre 600 dipendenti, 200 milioni raccolti e servizi che oggi spaziano dal “tagliando” dei satelliti al cloud computing orbitale.

Startup dell’anno nel 2023 è stata invece la D-Orbit di Fino Mornasco

D-Orbit, di Fino Mornasco, riceve il premio Startup of the Year al Sios 2023, riconoscimento che arriva dopo oltre un decennio di sfide e svolte decisive. StartupItalia Open Summit racconta anche questa storia. Tutto inizia nel 2009, quando due studenti italiani negli Stati Uniti, Renato Panesi e Luca Rossettini, immaginano una tecnologia per riportare a terra i satelliti a fine vita. All’epoca lo spazio è un settore quasi proibito alle startup e, tornati in Italia, i due vengono spesso respinti dagli investitori. Finché un primo fondo decide di scommettere su di loro con 300mila euro. Da lì D-Orbit cresce rapidamente: sedi tra Europa e USA, oltre 600 dipendenti, 200 milioni raccolti e servizi che oggi spaziano dal “tagliando” dei satelliti al cloud computing orbitale. Anche i momenti critici non mancano: al primo lancio, Panesi prepara persino un comunicato in caso di fallimento. Per fortuna non è servito.

Come si cresce così tanto in così poco tempo? Cosa bisogna fare, quali errori evitare?

«Io una lezione l’ho imparata. Non è detto che tutte le persone siano adatte a ogni fase dell’azienda. Bisogna avere il coraggio di cambiare, di provare a recuperare tutti, con percorsi di coaching, ma essere pronti a rinunciare anche a quelle che erano rockstar in passato, per aprirsi al nuovo. Non è il nostro caso, ma molte startup cambiano il Ceo in fase di crescita proprio perché certi momenti richiedono una gestione diversa. Una chiave per crescere è allora saper integrare le persone giuste al momento giusto. Poi evitare errori banali, come non dotarsi di un Cfo. Quando entrano gli investitori vogliono un “guardiano delle casse”, attento e affidabile. In altre parole: non pensare mai di poter bastare a te stesso».

Come giudica oggi il momento dell’innovazione italiana?

«Nella space economy siamo una delle poche economie europee, insieme alla Francia, a poter coprire l’intera filiera di una missione spaziale. Stanno nascendo fondi dedicati e l’ingresso di CDP ha rilanciato il settore. Ma nel più ampio ecosistema italiano mancano ancora fondi in grado di staccare ticket da 20-30 milioni, quelli che permettono davvero di scalare. Il nostro Paese resta dominato da aziende familiari, spesso poco inclini alla crescita, e le corporate non hanno fondi VC interni».

Come immagina il futuro di D-Orbit?

«La prima tecnologia che abbiamo lanciato per portare sulla terra i satelliti a fine vita oggi è solo una parte dei servizi che offriamo. Abbiamo creato nel tempo diverse business unit, dal “tagliando spaziale” con cui ci occupiamo di riparare i satelliti in orbita chiamato Gea, fino al cloud computing, con Aurora, un servizio che aiuta a gestire un singolo satellite o un’intera costellazione attraverso un’interfaccia web di controllo completamente personalizzabile. Abbiamo costruito basi solide, ampliato i servizi e aperto sedi strategiche. In UK, dopo la Brexit, i finanziamenti sono aumentati e hanno aperto nuove strade. Negli Stati Uniti stiamo costruendo, anche se non possiamo lavorare con agenzie governative essendo italiani. La forza che ci sostiene è nelle commesse acquisite: oggi abbiamo contratti firmati per circa 200 milioni e oltre 200 clienti paganti. Sono questi che alimenteranno i ricavi nei prossimi anni».