L'inchiesta sui dialetti

Sono sempre di meno le persone che parlano il dialetto?

Tutto parte da un report dell'Istat, che spiega come le persone che parlino i dialetti locali siano sempre di meno. Ma è davvero così?

Sono sempre di meno le persone che parlano il dialetto?

Immagine di copertina generata con AI

Ma il dialetto, o meglio, i dialetti stanno diventando una lingua morta? E’ una domanda che periodicamente ritorna almeno dalla fine degli anni Novanta. Una cosa è certa: sono in continua diminuzione quelli che lo parlano. Secondo la ricerca presentata alla fine di gennaio scorso dall’Istat su “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”, in Italia, tra il 1988 e il 2024, la quota di persone di 6 anni e più che utilizzano il dialetto in famiglia si è ridotta dal 32% al 9,6%; meno ancora nel contesto amicale (dal 26,6% all’8%) e nella comunicazione con gli estranei (dal 13,9% al 2,6%).

Nel Mezzogiorno (con l’esclusione della Sardegna e dell’Abruzzo) oltre la metà della popolazione di 6 anni e più utilizza il dialetto in famiglia – in forma esclusiva o alternata all’italiano – contro una quota di circa una persona su cinque (22,2%) nel Nordovest. Infatti, i dati delle nostre regioni sono abbastanza impietosi sotto questo punto di vista: è rimasto il 4,3% dei lombardi a parlare solo o prevalentemente dialetto in famiglia (2,6% con amici e 0,7% con estranei), valore che sale al 5,3% tra i piemontesi (3,4% con amici e 0,9% con estranei) ma che cala addirittura al 2,8% tra i liguri (2,2% con amici e 0,6% con estranei). Praticamente, tra Lombardia, Piemonte e Liguria, sono solo 660mila le persone che usano solo il dialetto. Attenzione, che parlano il dialetto: ma non è detto che siano dialetti locali. Infatti, soprattutto nel Nordovest, non è raro trovare famiglie di emigrati dal Sud negli anni del Dopoguerra in cui si siano conservate le tradizioni linguistiche e si parli in pugliese, piuttosto che in calabrese o in siciliano.

Non vogliamo sicuramente far parte della categoria di quelli che ripetono continuamente “come si stava bene quando si stava peggio”, non abbiamo di queste nostalgie e nessuna sindrome “dei bei tempi andati”; però, è indubbio che perdendo il dialetto si rischia di perdere un patrimonio che è fatto di identità locale e culturale, di modi dire ed espressioni uniche, di tradizioni che si perdono nella memoria e che vengono tramandate di generazione in generazione; insomma, diversità che sono anche ricchezza.

Il report dell’Istat

Entrando più nell’analisi dell’Istat, risulta evidente come molto dipenda dall’ambito familiare in cui i più piccoli crescono. Tra i più giovani, infatti, l’uso dell’italiano o del dialetto riflette in larga misura le abitudini linguistiche familiari.

«Quando entrambi i genitori parlano prevalentemente italiano in casa – evidenziano i ricercatori dell’Istat – il 95,9% dei bambini e dei giovani tra i 6 e i 24 anni fa lo stesso – una quota due volte e mezzo superiore rispetto ai coetanei con genitori che parlano dialetto (37,9%). Al contrario, se entrambi i genitori utilizzano il dialetto (in modo esclusivo o alternato all’italiano) il 60,8% dei figli parla a sua volta il dialetto, contro appena il 3,5% tra i giovani con genitori che comunicano prevalentemente in italiano».

Altro fattore che condiziona la scelta della lingua è sicuramente il livello di istruzione. Una correlazione tra un maggiore uso del dialetto e un minore livello d’istruzione o un’arretratezza socio-economica è evidente ancora oggi.

«Tra le persone di 25 anni e più – si legge sempre nel report dell’Istat – l’uso prevalente del dialetto è più diffuso tra chi possiede un titolo di studio basso, anche a parità di età. In ambito familiare, il 20% di chi ha la licenza media o un titolo inferiore utilizza quasi esclusivamente il dialetto, contro il 2,7% dei laureati. L’uso del dialetto è particolarmente esteso tra gli ultrasessantacinquenni con basso livello di istruzione: il 26,1% parla prevalentemente dialetto in famiglia, il 21,9% con gli amici e il 9,6% con gli estranei».

La ricerca SWG

Lo scorso novembre, l’istituto demoscopico SWG ha realizzato una ricerca sugli usi e sulla percezione dei dialetti italiani e delle minoranze linguistiche sentendo un campione nazionale di 800 persone. Dalla rilevazione emerge che il 37% degli intervistati – con un picco del 49% tra gli over 64 e un minimo del 23% tra gli under 34 – dichiara di parlare e comprendere il dialetto e di usarlo spesso; un altro 35% afferma di utilizzarlo “raramente”; il 23% dice di comprenderlo ma di non parlarlo; il restante 5% non lo comprende e non lo parla. Alla domanda “In quali contesti le capita di parlare spesso in dialetto?”, il 57% risponde “a casa, con i miei familiari”, ma c’è anche chi dice di usarlo “quando mi arrabbio” (46%), “con amici e conoscenti” (42%), “negli scambi della vita di tutti i giorni” (31%) e “al lavoro, con i miei colleghi” (28%).
Il sondaggio, poi, chiede un parere su alcune affermazioni, come “i dialetti hanno un valore culturale e identitario, che andrebbe tutelato dalle istituzioni” che vede d’accordo il 74% degli intervistati; e comunque traspare come la maggioranza degli italiani riconosca il valore culturale e identitario dei dialetti, anche se uno su tre non apprezza che il dialetto venga usato nelle trasmissioni TV nazionali.
Il giudizio finale del sondaggio è che «nel complesso, i dialetti resistono come patrimonio identitario, ma perdono spazio nell’uso quotidiano, soprattutto fra i giovani e nei contesti formali».