Rapporto Gimbe

Sanità, il Nord non è più una garanzia

Secondo il Rapporto Gimbe oltre 5,8 milioni di persone, quasi un italiano su 10, hanno dichiarato di essere stati costretti a rinunciare a una o più visite o esami.

Sanità, il Nord non è più una garanzia

Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire in Italia risultati positivi sul piano della salute, ma sempre più spesso il diritto alle cure dipende dal luogo in cui si vive e dalla possibilità economica di affrontare attese, visite ed esami. E’ questa la fotografia scattata dal 9° rapporto della Fondazione Gimbe che segnala un progressivo indebolimento del sistema. E se il quadro nazionale parla di 18,8 miliardi di euro di “tagli invisibili” accumulati tra il 2023 e il 2026, di 42,4 miliardi di spesa sanitaria sostenuta dalle famiglie nel solo 2025 e di oltre 5,8 milioni di persone che nel 2024 hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, la lettura dei dati regionali restituisce una realtà tutt’altro che uniforme. Nel confronto tra Lombardia, Piemonte e Liguria, infatti, emergono tre sistemi che condividono le difficoltà strutturali del Servizio sanitario nazionale, ma presentano caratteristiche differenti, soprattutto sul fronte dei (Lea) e della disponibilità di personale.

Livelli essenziali di assistenza

Il primo elemento da considerare è proprio quello dei Lea. Nel 2024 sono risultate adempienti 18 Regioni e Province autonome su 21, contro le 13 del 2023. Lombardia, Piemonte e Liguria rientrano tutte nel gruppo delle Regioni “promosse”, ma i loro punteggi mostrano differenze significative. La Lombardia registra 96 punti nell’area della prevenzione, 89 nell’area distrettuale e 85 in quella ospedaliera. Il Piemonte raggiunge 95, 90 e 87 punti. La Liguria ottiene invece 93 punti nella prevenzione, 84 nell’area distrettuale e 73 in quella ospedaliera. E’ soprattutto quest’ultimo dato a distinguere la Liguria dalle altre due Regioni: il punteggio ospedaliero di 73 rimane sopra la soglia di adempienza, ma inferiore alle altre due regioni. Il dato, da solo, non significa che in Liguria i Lea non siano garantiti. Gimbe avverte infatti che la “pagella” ministeriale non misura integralmente quanto sia concretamente esigibile una prestazione: una regione può risultare adempiente e, in contemporanea, avere cittadini costretti ad aspettare, a rivolgersi altrove o a rinunciare alle cure.

La questione diventa evidente guardando alla mobilità sanitaria. Nel 2023 il valore ha raggiunto 5,15 miliardi di euro, il livello più alto dal 2010. Dietro questa cifra ci sono pazienti che attraversano i confini regionali per ottenere prestazioni considerate migliori, più tempestive o semplicemente disponibili. In questo scenario, Lombardia, Piemonte e Liguria sono inserite in un sistema sanitario del Nord interconnesso, nel quale la capacità di attrazione delle strutture lombarde rappresenta uno degli elementi più rilevanti.

Difficoltà del personale

Se i Lea rappresentano la faccia istituzionale della sanità, il personale ne costituisce quella concreta. A livello nazionale l’Italia dispone di 5,8 medici ogni mille abitanti, un numero superiore alla media Ocse di 4, ma almeno 88.258 dei 339.256 medici censiti non lavorano nel Servizio sanitario nazionale e non frequentano percorsi formativi post-laurea. Per gli infermieri, invece, il problema è ancora più evidente: sono 6,9 ogni mille abitanti contro i 9,7 della media Ocse, con quasi 80 mila professionisti che, secondo il rapporto, non lavorano nel SSN. E’ sul versante infermieristico che Lombardia, Piemonte e Liguria mostrano una delle differenze più marcate. Nel 2024 gli infermieri dipendenti del SSN sono stati complessivamente 279.990, pari a 4,75 ogni mille abitanti a livello nazionale. La Lombardia si ferma a 3,75 infermieri ogni mille abitanti, il valore più basso tra quelli regionali riportati dal Rapporto. La Liguria, al contrario, arriva a 6,78, collocandosi al vertice della graduatoria. Il Piemonte si trova in una posizione intermedia. Il paradosso è evidente: proprio mentre il sistema ha bisogno di rafforzare l’assistenza territoriale e di ridurre la pressione sugli ospedali, la disponibilità di infermieri presenta squilibri molto accentuati. A livello nazionale ci sono appena 1,2 infermieri per ogni medico, contro una media Ocse di 2,4. Anche per i medici di medicina generale la situazione è critica. Gimbe stima, al 1° gennaio 2025, un deficit nazionale di 5.716 medici di famiglia, considerando come riferimento un medico ogni 1.200 assistiti. A questi si aggiunge una carenza stimata di 497 pediatri di libera scelta, il 78,7% dei quali concentrato in Lombardia, Piemonte e Veneto. Un dato che mette dunque Lombardia e Piemonte al centro della questione della medicina territoriale.

Il Fondo sanitario nazionale

La crisi del personale si inserisce in una dinamica finanziaria più ampia. Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è cresciuto di 17,5 miliardi di euro, passando da 125,4 nel 2022 a 142,9 nel 2026. Ma rapportando il finanziamento alla ricchezza prodotta dal Paese, il quadro cambia: se il rapporto tra Fondo sanitario e Pil fosse rimasto nel periodo 2023-2026 al 6,27%, come nel 2022, il SSN avrebbe avuto 18,8 miliardi in più. La prospettiva per le Regioni è ancora più delicata e senza nuove risorse statali il peso finirà sui bilanci regionali, costretti a scegliere tra maggiori entrate e riduzione dei servizi. Nel frattempo cresce la spesa sostenuta dai cittadini. Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva italiana ha raggiunto 190,1 miliardi di euro: 140,8 miliardi pubblici, 42,4 miliardi a carico delle famiglie e quasi 7 miliardi intermediati da fondi sanitari, assicurazioni e altri soggetti. Il dato più netto sulle difficoltà di accesso alle cure riguarda la rinuncia alle prestazioni: nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, contro il 7,6% del 2023.