La plastica come materiale privilegiato per trasformarsi in opera d’arte. Il riciclo che permette di realizzare un angolo di bellezza.
Enrica Borghi è nata a Macugnaga, ai piedi del massiccio del Monte Rosa, vive e lavora sulle colline del lago d’Orta. Nel 1990 ha conseguito la laurea magistrale in scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Nel 2008 è stata selezionata per il dottorato di ricerca «The Planetary Collegium» M-node in collaborazione con l’Università di Plymouth e la Nuova Accademia Belle Arti di Milano. Nel 2005 ha fondato e presieduto «Asilo Bianco», un centro culturale dedicato allo sviluppo del territorio di Ameno attraverso la letteratura e le arti. Tra le numerose personali ha esposto al Castello di Rivoli, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, al Mamac di Nizza, al Musée des Beaux- Arts di Bordeaux e all’Estorick Collection di Londra. Nel 2018 il Castello di Novara le ha dedicato la sua prima mostra retrospettiva con una personale che ha raccolto il lavoro svolto in questi 25 anni di ricerca.
Qual è la filosofia che sta dietro il suo percorso artistico?
«I primi abiti, parliamo del ’95-’96, sono nati in realtà̀ nello stesso momento in cui ho iniziato ad analizzare gli elementi di scarto, sono nati dal desiderio di essere il più sincera possibile in una rappresentazione. Ho pensato che l’abito potesse essere un diario che raccontava effettivamente la mia esistenza. In quel momento pensavo davvero “cos’ero io”, se ero ciò che stavo accettando o ciò che stavo rifiutando. Ecco, ero in quella dualità continua per cui noi decidiamo di tenere degli oggetti perché ci sembra una cosa positiva, e quello che invece riteniamo di voler buttare via. In quel caso mi ero resa conto che quello che io buttavo, quindi il sacchetto del supermercato, della panetteria, della mozzarella che mangiavo, tutto quello che buttavo in realtà ero io. Chi era interessato a conoscermi poteva andare a rintracciare nei rifiuti la mia identità. Ho allora cominciato a tagliare e sezionare le pellicole che avvolgevano il cibo e le borse della spesa, sezionarli, annodarli, lasciando su di loro l’etichetta perchè volevo dare un segno della mia traccia e ho costruito la mia prima mostra personale con alcuni abiti, che poi, nella prima mostra del ’96 a Torino, ho indossato. Era effettivamente l’abito più vicino alla mia identità̀: non era una “corazza”, ero me stessa, più “nuda” di quando ero vestita, una narrazione estremamente intima».
Perché la plastica? Quali sono i pregi di questo materiale?
«L’interesse per lo scarto di tipo plastico è iniziato quando ho cominciato a vivere da sola, quando avevo circa 28-29 anni, dopo l’Accademia di Belle Arti. Facendo la spesa, mi sono resa conto che quello che mettevo nel frigorifero era, rispetto a tutto il packaging di scarto prodotto (e che dovevo gettare) incredibilmente inferiore. Questa differenza tra contenuto e contenitore, questa enorme quantità da gettare quotidianamente è diventato lo scrigno da cui prendere le fonti di ispirazione. Il packaging in plastica ha moltissime qualità: il gioco della trasparenza, il materiale con le sue caratteristiche cromatiche, di superficie, il design pensato per poter contenere quel prodotto. Da queste riflessioni è nata l’idea di indagare questi materiale e mettere le mani nel cestino dei rifiuti».
Come la lavora?
«Ciò che utilizzo maggiormente sono le forbici e l’utilizzo del calore».
Che messaggio vuol dare?
«Sono nata in montagna, e il ghiaccio, la sua trasparenza, mi sono sempre sembrate delle magie. Da piccola costruivamo dei piccoli igloo con la neve e questo mondo fantastico in cui osservavo questi piccoli cristalli di ghiaccio, il fiocco di neve che non riuscivi mai a tenerlo nella mano perché i scioglieva: ecco, queste memorie mi sono rimaste per certi versi come degli elementi di narrazione. La trasparenza mi è comunque sempre sembrata come un elemento della luce, spesso da me utilizzata nei lavori, la ritengo un elemento interessante che funziona su oggetti che pensiamo abbiano finito la loro esistenza: ridare loro vita attraverso la luce».
Qual è la creazione che porta nel cuore?
«Sicuramente quella che devo ancora realizzare».
Quali progetti nel suo futuro?
«Forse viaggiare, conoscere nuove realtà e cercare di lavorare con nuovi materiali… forse il vetro, forse l’incisione attraverso contenitori in tetrapak accartocciati».