La ricerca

Pochi minuti in una cella simulata possono ridurre il pregiudizio nei confronti delle persone detenute e generare maggiore empatia

Uno studio el dipartimento di Psicologia dell’università Milano-Bicocca.

Pochi minuti in una cella simulata possono ridurre il pregiudizio nei confronti delle persone detenute e generare maggiore empatia

Cosa si prova a stare in carcere? Per la maggior parte delle persone la risposta può arrivare solo dall’immaginazione, ma è difficile comprendere davvero il peso psicologico dell’isolamento e dello stigma sociale, quando non li si sperimenta in prima persona. Da questa riflessione nasce lo studio «Between the bars: Virtual reality and physical prison simulations link to reduced prejudice against incarcerated people», pubblicato su Computers in Human Behavior dai ricercatori del Mind and Behavior Technological Center, del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Milano-Bicocca: Marco Marinucci, Paolo Riva, Teresa Traversa e Maria Elena Magrin.
«Il carcere è una delle forme più estreme di esclusione istituzionale – spiega Marinucci, docente dell’Università di Milano-Bicocca e senior research associate alla University of East Anglia (UK) – Se vogliamo parlare seriamente di riabilitazione e reinserimento, dobbiamo anche capire come la società guarda alle persone detenute. Ridurre il pregiudizio non è solo una questione di atteggiamenti individuali, ma riguarda anche le condizioni che possono favorire o ostacolare il ritorno alla vita sociale: l’accesso alla casa, al lavoro e alle relazioni sociali».
La ricerca ha indagato se le esperienze immersive, sia virtuali sia fisiche, possano aiutare le persone a comprendere meglio alcuni aspetti psicologici della detenzione e a ridurre il pregiudizio verso le persone detenute. L’obiettivo non era “far provare il carcere” ma verificare se una breve esperienza controllata all’interno di una cella simulata potesse attivare uno degli aspetti psicologici più rilevanti della detenzione: il sentirsi esclusi dalla società.
Nel primo studio, 138 partecipanti hanno indossato un visore di realtà virtuale e sono stati immersi per alcuni minuti in una cella carceraria virtuale oppure in un monolocale. Il confronto ha permesso ai ricercatori di distinguere l’impatto psicologico specifico di uno spazio progettato come una cella rispetto a un ambiente neutro e non detentivo.
Nel secondo studio 93 partecipanti sono entrati in Extrema Ratio, un’installazione fisica ospitata a BiM Bicocca, in occasione del decennale del Polo Penitenziario dell’Università di Milano-Bicocca. Il progetto, promosso da Caritas Ambrosiana in collaborazione con l’Ateneo, ha rappresentato un’occasione di dialogo tra ricerca, terza missione e impegno sociale, con il coinvolgimento dei tutor e degli studenti detenuti del Polo Penitenziario di Milano-Bicocca. L’installazione riproduceva una cella di 8 metri quadrati del carcere di San Vittore di Milano, con arredi autentici, ed era stata realizzata in legno da persone detenute nel laboratorio di falegnameria del carcere di Bollate.
I risultati dei due studi convergono. Sia la cella in realtà virtuale sia quella fisica hanno aumentato nei partecipanti l’esperienza soggettiva di esclusione sociale. Questo vissuto, a sua volta, è risultato associato a una maggiore empatia verso le persone detenute; in particolare l’empatia emotiva, cioè il sentirsi più vicini e coinvolti dalla sofferenza dell’altro, è risultata collegata ad una riduzione del pregiudizio.